sabato 30 maggio 2015

Pillole postfreudiane





I diritti del corpo…
Una delle nozioni più chiare, che ho appreso da Freud, è che il sesso, poi localizzatosi in certe zone del corpo, era originariamente tutto il corpo... - lo è nel bambino e credo proprio lo sia, nelle età 'mature' -; il che rende meglio comprensibile il principio (?) che il corpo sia luogo non solo del piacere ma anche del dolore… 
Ma è anche che il corpo sogna con noi ed è come qualcosa fosse così ad esso restituito… 
Naturalmente poi tutto questo, pur ammesso, lascia inalterata la domanda: ma il sesso, è riducibile a corpo?



Psiche della materia?
Forse non me lo sono domandato abbastanza: ma perché il corpo altrui alle volte ripugna e alle volte attrae, quasi si avesse un campo gravitazionale? 
Frutto di pregiudizi "morali" che galleggiano come brandelli di memoria, o che cosa? Sì, anche, credo; ma la domanda resta... e una definizione possibile - ma forse troppo sintetica - è: psiche della materia... e avremmo allora piacere e dolore come espressione di elementari fenomeni della fisica... laddove bene e male sarebbero per così dire estromessi dal principale campo percettivo... e andrebbero a formare il momento del giudizio... Ci si metta pure che si tratterebbe di una funzione "salutare" per la comunità. 


Il “perturbante”
1.- Il “perturbante” pesca direttamente nella nostra insicurezza, o nelle nostre paure… paura di vivere… nate nell’infanzia, ovviamente, ché tutto è nativo… e difficilmente sradicabili…
2.- Perturbante è “Ciò che ci è familiare ma che a un certo punto diviene/può divenire spaventoso”. Qualcosa che naturalmente temiamo che possa non essere goduto appieno, o che possa prendere altra direzione, che sia contrario ai nostri più intimi progetti, o aspettative; che esso sia minacciato dall’ombra del suo opposto ostile, inseparabile da esso, che faccia parte della sua stessa natura... Paura che avvenga qualcosa per cui ciò che ci è familiare possa rivelarsi spaventoso…
3.- Approfondendo: un legame di fiducia totale, un innamoramento, che manteniamo nella familiarità per dire che così lo teniamo anche nascosto… (Unheimlich, dice Schelling, ripreso da Freud, è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato)… nascosto-e-temuto proprio perché rimosso, tenuto così lontano dal senso di colpa e cioè dall’autocensore, dalla coscienza morale
Pensiamo per un momento alla evoluzione del cd. sosia: a un certo punto nella storia del sosia s’insinua la figura del censore…
Poi nello scritto freudiano, Das Unheimlich, perturbanti sono anche la reiterazione, le coincidenze, la telepatia, il malocchio… tutte cose che colpiscono e suggestionano.
4.- Heimliche è più cose o ha più aspetti, o condizioni: è qualcosa di strano, di anomalo, che graffia le nostre calme rappresentazioni; e nello stesso tempo è qualcosa che trapassa nel suo contrario… anche linguisticamente…
Invece che “perturbante” si potrebbe dire forse angoscioso, o inquietante, laddove l'elemento angoscioso è qualcosa di rimosso che ritorna o tutto ciò che squilibra l’animo mettendolo nel disagio, sottile ma profondo - per ciò appunto che attiene allo stato morale che è provocato in noi.
5.- Nel racconto indubbiamente intricato di Hoffmann (Der Sandmann, ovvero Sabbiolino, il mago delle fantasie/paure infantili indotte che getta la sabbia negli occhi dei bambini, e dunque ne ‘castra’ la vista, se essi non dormono) cui Freud si sarebbe ispirato (“Hoffmann è il maestro ineguagliato del perturbante nella sfera poetica”, nonché dell’intrico) per la sua operetta, si parla della colpa degli occhi, del portare alla luce, ci s’innesta in questo eterno dibattito e “perturbante” è la paura di perdere gli occhi; “una tremenda angoscia infantile - nota Freud - causata dalla prospettiva di danneggiare o perdere gli occhi”; salvo poi indicarne (lui, Freud), riallacciandosi all’Edipo e a Shakespeare, quale unica chiave esegetica, quella della sessualità (“abbastanza spesso un sostituto della paura dell'evirazione”), non la sede immediata di essa, beninteso, ma il corpo come forma identitaria; dunque morto il padre sostituirsi al padre, come Edipo; e tutto questo - è ovvio - inconsciamente e colpevolmente cioè tenendo lontana ma per ciò in presenza… la colpa, quasi come sale della innocenza e naturalità… 
Perdere gli occhi ma perderli poiché essi non avrebbero dovuto vedere (coscienza, luce, che toglie e chiama in scena l’ombra) ciò che invece hanno poi visto; non avrebbero dovuto fare quello che poi hanno fatto…
Laddove vedere sta per tradire, infrangere il nascosto-familiare (meccanismo della sottrazione alla conoscenza, dell’inconscio)… infrangere l’amore paterno-e-materno; e non poter non sentire-pensare-immaginare tutto questo come un che di sinistro, che dà i brividi (Klinger, sempre riferito da Freud)…
6.- Freud mette in riga l'animismo, la magia e l'incantesimo, l'onnipotenza dei pensieri, la relazione con la morte, la ripetizione involontaria e il complesso di evirazione…
7.- Lucrezio aveva già detto qualcosa come “la natura la puoi gettare via con la forza ma ti ritornerà sempre tra i piedi”: la bambola meccanica che sembra scrutarti negli occhi… la domanda è: se lo avessi previsto, quell’effetto conturbante, l’avrei fabbricata o comprata quella bambola? Perché ho paura che abbia sentimenti umani, che possa cambiare la mia vita, ecc. ecc.
8.- Altra possibilità di rilettura. I dèmoni di Feuerbach: anticipano in qualche modo il perturbante di Freud (che ad esempio in Totem e tabù parla abbastanza di dèmoni, in un modo ben circoscritto); nel primo caso sono istinti repressi, che si ripresentano in forma di diavoli, nel secondo si ha il riemergere di qualcosa di rimosso e, stando al significato ambivalente di Heimlich, qualcosa di come familiare e nello stesso tempo di tenuto segreto…  

A proposito dei sogni
1.- I sogni dei bambini sono tendenzialmente tanto brevi quanto chiari nel loro significato: essi sono la realizzazione dei desideri. E lo stesso tendenzialmente vale per i sogni brevi degli adulti… 
Scrive Freud nei Complementi alla teoria del sogno (1920) che i sogni, pur estendendone le rilevazioni e segnalazioni empiriche, sono tutti riconducibili all’appagamento di un desiderio: oltre ai cd. “sogni d'angoscia” anche quelli “di punizione”: se esiste nell’Io una “speciale istanza critica e auto-osservatrice” (il censore, la coscienza morale, il super-Io), allora si può dire che quelli “rappresentano l'appagamento di un desiderio proprio di questa istanza critica”. E parimenti al desiderio possono ricondursi i sogni cd. “traumatici”, che capitano ai pazienti vittime di infortuni - non contraddicono invece la generale classificazione di sogno di desiderio, non perché non siano a riconducibili al desiderio ma perché estranee all’attività onirica, quelle “fantasticherie inconsce” osservate dal dottor Varendonck di Ghent, che “vengono prodotte nello stato di dormiveglia” e alle quali costui ha dato il nome di “pensiero autistico” (: “il guardare alle possibilità del giorno seguente, il prepararsi a tentativi di soluzione e di adattamento eccetera, […] fenomeni che appartengono tutti all'ambito di questa attività preconscia”: ivi)... E noterei inoltre come la teoria freudiana del desiderio sia entrata con ‘naturalezza’ nel patrimonio argomentativo di un Huxley…).
2.- Vi sono i contenuti del sogno (contenuti manifesti ovvero il racconto onirico) e vi sono i pensieri onirici, ciò che è nascosto del sogno, energie psichiche questi ultimi che sono accostabili al pensiero: si tratta, nella interpretazione, d’individuare ed estrarre, cavare i secondi fuori del gioco di apparenze e nebbie e intrecci e simbolismi dei primi… 
3.- Esiste il cosiddetto giorno del sogno, ovvero i sogni sono cagionati da fatti realmente accaduti, esperienze personali; ed esiste un agente provocatore del sogno…
4.- Il lavoro onirico è un lavoro di condensazione. E questo a sua volta è una sorta di stravolgimento, di inganno non voluto, per cui la carica onirica, pur muovendo da fatti realmente accaduti, ama tradurli in sfumature secondarie, che però a quei fatti siano ricollegabili…
5.- Aspetti della legge di condensazione: il sogno ospita una cosa e il suo contrario, ovvero in esso l’una è perché contiene il suo contrario. Così le contraddizioni sembrano cadere o equivalersi… Che cosa è poi la contraddizione? È il grande ragno nero che ti si avvicina, per morderti e avvelenarti; è il leone che si avvicina per divorarti, e tu che resti in entrambi i casi immobile, come paralizzato, impotente…
6.- Condensazione ovvero spostamento, trasfigurazione; io direi anche: scambio; ovvero: il lavoro onirico distrugge i nessi (della logica ordinaria?)…
7.- Spazio e tempo in quanto rielaborati o in quanto rappresentati inconsciamente nel sogno, esprimono e /o suggeriscono concetti… laddove saltano o sono vanificati causa ed effetto… (p. 46).
8.- Il metodo per l’analisi dell’onirico aiuta l’analisi della psiche in generale…
9.- Il contenuto onirico evoca qualcosa d’indifferente o triviale e lo lascia lì… salvo poi capire, chi interpreta, che ciò che è indifferente se viene alla ribalta nel sogno come nuance o aspetto secondario, è per il nesso con qualcosa di rilevante…
10.- I sogni si costruiscono ed esiste così una “facciata del sogno”.
11.- All’origine del sogno vi sono sempre fatti realmente accaduti, che riguardano la persona, ovvero il sognatore - questo spiega l’affermazione che il lavoro onirico di “spostamento” è legato a fattori psicologici -. Ovvero l’ analisi e/o interpretazione di un sogno condotta al di fuori di fatti reali è errata, o puramente arbitraria.
11.- Elementi dei fatti irrilevanti o indifferenti comunque sono non coscienti perché rimossi. E questo si può sostenere perché essi nel sogno balzano per così dire alla evidenza e alla ribalta.
Oppure essi si presentano travestiti da simboli, allegorie, perché riescono ad entrare nel sogno perché irriconoscibili per quelli che sono stati.
Poi essi interagiscono l’uno con l’altro. E tutto questo viene a produrre situazioni del tutto nuove, ovvero nuovi contesti dei fatti.
12.- Nel sogno entrano camuffate e cioè rese meno censurabili e più accettabili le esperienze fatte nella vita quotidiana e tenute da una sorta di censura personale in uno stato d’incoscienza. Esperienze cioè rimosse che entrano nel sogno travestite, spostate, oppure travestite da simboli, allegorie, … poi esse interagiscono le une con le altre…
Il sogno cioè si spiega molto con la rimozione: sono esperienze rimosse; ma sorprende che la censura operi anche nel sogno, sia pure con forza allentata… 

I sogni: da “scienza popolare” a oggetto della psicoanalisi…

Scrive Freud nella Introduzione alla psicoanalisi: “Chiediamoci […] donde provenga il disprezzo dei circoli scientifici per il sogno”. E si dà una risposta: "A mio parere si tratta di una reazione alla sopravvalutazione dei sogni in epoche precedenti”. E infatti: “di personaggi storici si narra che abbiano attinto da sogni l'incitamento a imprese memorabili. […] Quando Alessandro Magno intraprese la sua campagna di conquiste, al suo seguito si trovavano i più famosi interpreti di sogni”. E ancora: "Durante tutto il periodo ellenistico-romano l'interpretazione dei sogni fu praticata e tenuta in alta considerazione” (ivi). 
Essa è così progressivamente scivolata nella condizione di “scienza” di dimensione popolare… Finché la psicoanalisi non l’ha fatta sua… in certo senso prendendo sul serio e valorizzando la sensibilità popolare… 


Freud, gli Antichi, il Popolo
Dunque il sogno secondo Freud - almeno a quanto mi è dato comprendere - non offrirebbe soluzioni ma riproporrebbe questioni vissute inconsciamente rimescolandone elementi e termini… 
Nel sogno invece sappiamo che gli Antichi comunicavano con gli dèi e coglievano presagi… e lo stesso avveniva e avviene per il popolo a causa delle sue superstizioni (alludo così alla "Oniromanzia", nonché alla cd. “Smorfia” o “libro dei sogni”): se ho sognato un cane che mi mordeva allora vi saranno sventure, se ho sognato le feci allora avrò ricchezza, se ho sognato che salivo su una scala ciò significa successi… ecc. ecc. 

Paure e desideri
Se i sogni sono la realizzazione dei desideri, allora che dire degl’incubi, quali si riscontrano anche segnatamente negl’infanti? Forse che essi sono un che di "desiderato”?… O magari sono io che non comprendo che bisognerebbe estendere il significato della parola "desiderare"?... 
Direi che nel sogno si trascinano e si manifestano i sentimenti o stati d'animo prevalenti (… nel preconscio e nell’inconscio) - e non di rado le paure che hanno dimora nella nostra memoria -: in tal senso il sogno può essere rivelatore e assumere un senso. 


Una qualche assoluzione...
La scienza ha le sue radici nella curiosità sessuale (così, grosso modo, Diderot, se non ricordo male): dunque Freud è assolto, al cospetto dei benpensanti à la page e… disinibiti sì ma non certo nel pensare? O dei "postmoderni", nemici della materia... 



Freud ad Atene
Freud ad Atene, il suo stupore nel vedere realmente di persona l’Acropoli, ovvero nel constatare che l’Acropoli esisteva davvero, con la sua fisicità; il che insegna che le immagini noi le ammettiamo in quanto cose tradotte in immagini, non in quanto realtà constatabile.
È dunque l’immagine, se noi ciò che abbiamo sono immagini, a prevalere sulla realtà…
Ma è anche siffatto, il sorprendente, che alle volte le cose materiali, visibili direttamente, tangibili, ci appaiono più spirituali e magiche e sorprendenti della loro stessa immagine…. Già: una nuova immagine, in fondo, e un conflitto d’immagini…

Con tutto ciò a me resta una curiosità: perché Atene? …


Civiltà e inibizioni 
Le inibizioni sembra che possano avere fatto la storia quanto e più delle guerre, della cupidigia dei sovrani e degli stati, delle forme di economia, ecc. ecc… La civiltà (cosiddetta) secondo Freud poggia sulle due inibizioni: del cannibalismo e dell’incesto (il che peraltro libera la economia come scienza e dà spazio morale alla famiglia, ‘società naturale’); ma se si perdono e ci si disinibisce - mi domando -, magari nel contesto di una grande guerra, di una gravissima estesa crisi economica, ecc., poi si potranno "riguadagnare"? Beh, nelle guerre accade di tutto, si sa; ma questo forse non basta... 
E una teoria della storia basata sulle inibizioni o i tabù tanto mi deprime quanto ha molte chances di essere alquanto vera... 



La teoria del "desiderio mimetico"

L’uomo, a sentire certa scuola antropologica, sarebbe atto essenzialmente a imitare.  Ci si riallaccia alla dottrina aristotelica sull’arte e la si unisce alla centralità del desiderio in Freud: «L'homme diffère des autres animaux en ce qu'il est le plus apte à l'imitation» (Girard, Des choses cachées depuis la fondation du monde). 
Generica faiblesse - mi domando -, fragilità esistenziale? Forse… ma piuttosto ciò si spiega col fatto che l’uomo è “intimamente competitivo” (Girard)… 


Al di là (?del 'principio di piacere'
“[...] Nella teoria psicoanalitica non esitiamo ad affermare che il flusso degli eventi psichici è regolato automaticamente dal principio di piacere; riteniamo che il flusso di questi eventi sia sempre stimolato da una tensione spiacevole, e che prenda una direzione tale che il suo risultato finale coincide con un abbassamento di questa tensione e cioè col fatto di aver evitato dispiacere o prodotto piacere. Considerando i processi psichici da noi studiati in relazione a questo flusso, introduciamo nel nostro lavoro il punto di vista economico. Riteniamo che un'esposizione che cerchi di valutare anche questo fattore economico, oltre a quello topico e a quello dinamico, sia la più completa che possiamo attualmente immaginare, e meriti la denominazione  di  esposizione  ‘metapsicologica’ ”.
La vita dunque - in certo senso - frenata/contenuta dalla vita... 
L’esordio dello scritto dice la sostanza della cosa: più in là leggiamo di uno “sforzo inteso a ridurre, a mantenere costante, a eliminare la tensione interna provocata dagli stimoli” e ancora: “il lavoro dell'apparato psichico mira a tenere bassa la quantità di eccitamento” e cioè, richiamando la teoria di Fechner (Einige Ideen Zur Schöpfungs- und Entwickelungsgeschichte Der Organismen, 1873): “nella misura in cui gli impulsi coscienti sono sempre in rapporto col piacere o col dispiacere, si può pensare che anche il piacere e il dispiacere abbiano una relazione psicofisica con le situazioni di stabilità e di instabilità. Ciò costituisce la base per un'ipotesi che mi riprometto di sviluppare più  dettagliatamente  altrove, ipotesi secondo cui ogni moto psicofisico che supera la soglia della coscienza è accompagnato da piacere se e in quanto, al di là di un certo limite, si avvicina alla completa stabilità, ed è accompagnato da dispiacere se e in quanto,  al di là di un certo limite,  se ne allontana; mentre fra i due limiti, che possono essere definiti  come le soglie qualitative del piacere e del dispiacere, esiste un certo margine di indifferenza estetica ...”. 

Dunque la teoria del principio di piacere altro non è che una teoria della “protezione dagli stimoli”, e/o delle “pulsioni conservatrici” (“ipotesi che tutte le pulsioni tendano a ripristinare uno stato di cose precedente”) e di amministrazione, economia, conservazione e/o parsimonia e/o calcolo, per cui: “Per l'organismo vivente la protezione dagli stimoli è una funzione quasi più importante della ricezione degli stessi […] gli organi di senso hanno la caratteristica proprietà di elaborare solo piccole quantità dello stimolo esterno, di assumere il mondo esterno a piccole dosi […] esiste verso l'esterno una protezione dagli stimoli tale per cui le quantità di eccitamento in arrivo avranno un effetto considerevolmente ridotto. Verso l'interno una protezione del genere è impossibile; gli eccitamenti degli strati più profondi proseguono direttamente e senza alcuna diminuzione del loro ammontare fino al sistema, dato che alcune delle loro caratteristiche danno origine alla serie delle sensazioni piacere-dispiacere. Comunque, gli eccitamenti che provengono dall'interno sono più adeguati - per la loro intensità e per altre proprietà qualitative (forse per la loro ampiezza) - al metodo di lavoro del sistema di quanto non lo siano gli stimoli che affluiscono dal mondo esterno”. (E una teoria - dico velocemente in aggiunta - della interiorità, come chiusura difensiva (parziale e non) al mondo e come istinto di conservazione...) 

Stimoli e dunque fonti di dispiacere, che si accentuano (... comprensibilmente) ad esempio allorquando si ‘evolva’ verso una condizione di maggiore complessità, ovvero: “Un'altra  fonte del dispiacere, che lo alimenta con non minore regolarità, è data dai conflitti e dalle scissioni che si verificano nell'apparato psichico mentre l'io realizza il suo sviluppo verso forme di organizzazione più complesse. Quasi tutta l'energia contenuta nell'apparato psichico deriva dai moti pulsionali di cui esso è dotato; tuttavia questi moti non possono accedere tutti alle medesime fasi evolutive. Nel corso dello sviluppo accade continuamente che singole pulsioni o componenti pulsionali si rivelino incompatibili nelle loro mete o nelle loro pretese con le rimanenti  pulsioni  che sono  in  grado  di  costituire  insieme  la  grande  unità  dell'io.  Esse vengono allora separate da questa unità mediante il processo della rimozione, trattenute a  livelli  inferiori  dello  sviluppo  psichico,  e, sulle prime, private della possibilità di soddisfacimento. Se in seguito riescono, per vie traverse, a ottenere un soddisfacimento  diretto o sostitutivo, come accade assai spesso nel caso delle pulsioni sessuali rimosse, questo successo, che altrimenti sarebbe stato un'occasione di piacere, viene  invece  avvertito  dall'io  come  dispiacere.  In  conseguenza  del  vecchio  conflitto,  che si era  risolto con  la  rimozione, nel principio di piacere si è aperta una nuova breccia, proprio mentre alcune pulsioni, agendo in conformità col principio, cercavano di ottenere un nuovo piacere”.
Oppure il principio in questione agisce e si manifesta come ostilità verso lo sblocco del rimosso, verso stati di regressione e la conservazione ad ogni costo…

Naturalmente non è detto che a una teoria della “protezione dagli stimoli” corrisponda una reale e sempre effettiva riuscita protezione dagli stessi; come avviene che il principio regolatore in questione non si sa sempre con precisione sino a che punto sia in atto continuativamente e/o ritragga una situazione di piacere… Ovvero: Il detto principio indica uno scopo, un fine, una conquista od ottenimento, non una realtà stabilmente esistente… ma allo stesso tempo il suo presupposto è che non vi sia attualmente piacere o che si tema di perderlo o di non ottenerlo…
Il governo del principio di piacere implica un, consiste in un, calcolo, una strategia; può chiedere o indurre ad accettare momentaneamente altri principi e/o situazioni non piacevoli, se esse sono il solo modo di tradurre in piacere qualcosa che è/è stato dispiacere…
Ad esempio: “Sotto l'influenza delle pulsioni di autoconservazione dell'io il principio di piacere è costituito dal principio di realtà, il quale, pur senza rinunciare al proposito finale di ottenere piacere, esige e ottiene il rinvio del soddisfacimento, la rinuncia a svariate possibilità di conseguirlo e la temporanea tolleranza del dispiacere sul lungo e tortuoso cammino che porta al piacere. il principio di piacere continua tuttavia per molto tempo a informare il modo in cui operano le pulsioni sessuali, che sono difficilmente “educabili”, e accade continuamente che, a partire da queste pulsioni, oppure lo stesso io, il principio di piacere riesca a sopraffare il principio di realtà, a detrimento dell'organismo nel suo insieme”.

L’osservazione dei fenomeni e comportamenti, cui lo scienziato o il positivista è tenuto, rileva la contraddizione, o il dualismo; ma è che l’una cosa vuole l’altra…
Tanto il principio in questione indica uno scopo, un fine, una conquista od ottenimento e non una realtà stabilmente esistente, quanto allo stesso tempo il suo presupposto è che non vi sia attualmente piacere o che si tema di perderlo o di non ottenerlo… E sembra che quel principio tradisca sé stesso, per poter lavorare e di qui l’impressione: “se la tendenza a ripristinare uno stato precedente è veramente un carattere così universale delle pulsioni, non è lecito meravigliarsi del fatto che nella vita psichica tanti processi si svolgano indipendentemente dal principio di piacere”.
Ma che cosa può significare “indipendenza” dal principio di piacere? Presumibilmente che ci si neghi un piacere sentendo di poter ottenere un dispiacere più contenuto e sopportabile… O che ci si procuri una condizione di dispiacere per ridurne progressivamente gli effetti spiacevoli, ciò che accade nella cosiddetta “coazione a ripetere”: coazione a ripetere e quindi ritualizzazione… ad esempio il gioco del bambino consistente nell’inscenare nel rituale di un gioco una situazione per cui chi realmente ha subito (il bambino obbediente, e cioè che lo accetta, l’allontanamento temporaneo della madre) ha rovesciato tale suo ruolo passivo in ruolo attivo… consegnando il ruolo passivo ai piccoli oggetti, gettati in un angolo della stanza e poi ripescati: “[…] se si considera la cosa in modo imparziale, si ha l'impressione che il bambino avesse trasformato questa esperienza in un giuoco per  un  altro  motivo.  All'inizio era stato passivo, aveva subito l'esperienza; ora invece, ripetendo l'esperienza,  che  pure  era  stata  spiacevole,  sotto  forma  di  giuoco, il bambino  assumeva  una  parte  attiva. Questi  sforzi potrebbero essere ricondotti a una pulsione di appropriazione che si rende indipendente dal fatto che il ricordo in sé sia piacevole o meno. Ma la si può anche tentare un'interpretazione diversa. L'atto di gettare via l'oggetto, in modo  da farlo sparire, potrebbe costituire il soddisfacimento di un impulso che il bambino ha represso nella vita reale, l'impulso di vendicarsi  della madre che se n'è andata; in questo caso avrebbe il senso di una sfida: ‘Benissimo, vattene pure, non ho bisogno di te, sono io che ti mando via’ […] Sappiamo anche di altri bambini che amano esprimere simili impulsi ostili scaraventando  lontano  oggetti  in  luogo  di  persone”.
Coazione a ripetere dunque e cioè anche: “evitare il dispiacere che sarebbe prodotto dalla liberazione del rimosso” ma attivando come una  pulsione di appropriazione

Provando ora a riassumere, un po’ di getto:
1.- La vita psichica è evoluzione;
2.- la 'evoluzione' è interpretata/vissuta (psichicamente) come perdita di stabilità-e-piacere, poiché è legata all’azione degli stimoli (e qui un po' sembra di entrare in un'ombra leopardiana...);
3.- il principio di piacere è una teoria e/o legge difensiva e di contenimento del danno e cioè di difesa dagli stimoli, ancor prima che espansiva: ne è impulso primario quello di evitare e/o limitare le sensazioni spiacevoli;
4.- il principio di piacere (penso anche a 'Eros' e 'Thànatos') non è mai nettamente separato e distinguibile dal suo opposto reale e di effetto, cioè dal dispiacere; non è infallibile e dunque non è una regola impeccabile e predeterminata… nessun “al di là” dunque se non nei meccanismi; 
5.- la teoria del ‘piacere-e-dispiacere’ nel reale svolgimento della vita psichica va messa in rapporto con la quantità di eccitamento presente via via in detta vita (laddove la quantificazione si sposa con l'utilitarismo morale); 
6. la quale vita psichica non è mai libera, ha una sua necessità ed è condizionata da fattori esterni e interni, dei quali i primi risultano più controllabili dei secondi; 
7. esiste una storia delle pulsioni e l’istinto di ripristino e regressione si ricollega oltre che al principio di piacere, al ‘condizionamento storico delle pulsioni’;
8.- la strategia e azione di calcolo dei piaceri e dispiaceri inducono a compromessi; ad esempio col principio di realtà, che può giungere a costituirlo, o se vogliamo a mascherarlo; 
9.- detta strategia, poiché risponde a un principio di difesa e conservazione, può indurre così a rivivere o mettere in scena ritualmente esperienze di dispiacere per padroneggiarlo e ridurlo, come a resistere allo sblocco delle rimozioni, come al ripristino regressivo di stati precedenti, che è un solido principio della vita organica…
10.- Da tutto questo però si può ricavare un dubbio: ma… dovremmo parlare di una natura per lo più conservativa del principio in questione o di una interpretazione conservatrice di Freud?


Breve spunto sul tema del piacere/dispiacere
Non è, rileggendo ad esempio la Introduzione alla psicoanalisi (ma è d'obbligo il rimando alla Psicopatologia della vita quotidiana), che fra gli atti cosiddetti "mancati" la dimenticanza di un nome o di un proposito risponda sic et simpliciter al principio della difesa dai ricordi spiacevoli; ma si ha forse qualcosa di più e cioè che "l'avversione [...] a ricordare qualcosa che sia legato a sensazioni di dispiacere" così commettendo dimenticanza, riguarda appunto i ricordi e poiché la cosa avviene nell'esercizio della memoria questa entra di diritto e non senza un pizzico di prepotenza - a causa della sua natura - nella sostanza stessa del discorso del principio di piacere... 



Utilitarismo e psicoanalisi
La morale dell’utile di Jeremy Bentham è stato detto sia come un'algebra, o se si preferisce come un calcolo che permette alla persona che agisce di conoscere le conseguenze del suo agire quantificando la felicità prodotta e indirizzandola verso quelle azioni che possano massimizzare il piacere e minimizzare il dolore. 
Il che è ragionevole anche considerarlo nella sua omogeneità/continuità rispetto allo hobbesiano “l’uomo quando pensa calcola”.... Ma è qui il punto: come si fa - mi domando - a pensare tutto questo entro una psicologia del 'conscio'? Inscritta in una storia dell’anima in cui si sa sempre ciò che si vuole; o si sa sempre con esattezza ciò che si fa e/o quali ne saranno le conseguenze? 
Una cosa evidentemente è dichiarare che si vuole star meglio o si vuole essere felici, altra è la vita per come essa si svolge e può tradire… E andrebbe bene una teoria degli istinti; ma essa o dovrebbe essere puramente biologica, o dovrebbe - ed è questo il caso - ospitare un'attività morale
Mi domando dunque ancora: ci vuole forse la psicoanalisi per poter capire, per poter apprezzare il messaggio dell’utilitarismo inglese? 



Vicende teoretiche dell’anima
Quando si afferma che le azioni coscienti e intenzionali costituiscono solo una parte minore della vita psichica, ci s’innesta in una tradizione scientifica e di pensiero importante, proprio anche nel mettere a nudo qualcosa che si voleva celato, urtando con questo la suscettibilità dei benpensanti.
Scrive fra l’altro Freud nella Introduzione alla psicoanalisi: “siamo abituati a identificare lo psichico con il cosciente. La coscienza è da noi ritenuta addirittura la caratteristica che definisce lo psichico, la psicologia la dottrina dei contenuti della coscienza”; mentre invece secondo la psicoanalisi “lo psichico consiste in processi quali il sentire, il pensare, il volere ed essa deve sostenere che esiste un pensiero inconscio e un volere di cui si è inconsapevoli” (seconda lezione).
Ma quell’andare direttamente allo psichico potrebbe ridurre l’efficacia della lezione, ché se tanto mi dà tanto, allora Freud poneva mano a una riforma della teoria generale del’anima…
Aspetto ritengo tutt’altro che trascurabile…
Ad esempio: gli elefanti nella observation di Plinio il Vecchio (Naturalis historia, lb. VIII) erano fra gli animali i più vicini all’uomo e anzi ai migliori fra gli uomini, per sapienza e sensibilità ed erano capaci di sentimento religioso. Aristotele dedicò al tema un suo noto trattatello naturalistico, il de anima, nel quale dovette ammettere la difficoltà di scindere chiaramente ciò che è anima da ciò che è sensibilità. Gli animali secondo i Padri della Chiesa, nella ricostruzione seicentesca fattane da Bayle, erano dotati di anima. Cartesio fondò la sua costruzione filosofica sulla riforma dell’antica teoria dell’anima triplice, distinguendo fra anima razionale e meccanica del corpo e delle azioni. Nel settecento un anonimo, che poi si è voluto riconoscere in Lamettrie, scrisse una Storia naturale dell’anima, improntata al materialismo naturalistico, negandone l’esistenza.
Dunque volgendosi indietro si ha modo di apprezzare il fatto che nell’anima s’identificavano attività e azioni in quanto meritassero un’attenzione e spiegazione scientifica in quanto alle loro cause motive, al loro perché… contrastando le facili superstizioni… e anche il fatto che il senso della cosa e la sua profonda venatura volgessero al naturalismo…
Ora, credo che il valore storico di Freud si commisuri a questo: nell’essersi innestato in modo autorevole in una lunga vicenda teoretica, per lo più sottovalutata. Conciliando - mettiamo - il naturalismo del corpo con quel linguaggio che Cartesio poneva fra le attività non meccaniche dell’anima, ovvero fra quelle che mai una macchina avrebbe potuto rendere….



L'Io e la 'psicologia di massa'…
1.- La irruzione della massa nella società moderna è la irruzione della massa nella psiche (e l’Io, debbo presumere, non sarà più lo stesso; esso attingerà contenuti insospettati, suoi e non). Questo a prescindere dal fatto che la massa sia sempre stata presente o meno nella psiche…
2.- Quali le caratteristiche della massa?
Essa ha uno spiccato bisogno di autorità (“[…] è un gregge docile - scrive Le Bon - che non può vivere senza un padrone. È talmente assetata di obbedienza da sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone”), dell’uomo forte che semplifichi in modo crudo le cose e i rapporti, che faccia apparire giusto l’ingiusto. La massa è affetta da ambivalenza: tanto è ribelle all’autorità quanto bisognosa di autorità e naturalmente portata a procurarsela, a qualsiasi costo; essa ha istinti puramente conservativi e un’attitudine pronunciata alla regressione; essa crede nella virtù magica della parola; ha sete di illusioni e non di verità ed elaborazione culturale (ovvero, riassumendo testualmente: “è al tempo stesso intollerante - parole di Le Bon - e pronta a credere all'autorità. Rispetta la forza e soggiace solo moderatamente all'influsso della bontà, che ai suoi occhi rappresenta solo una sorta di debolezza. Ciò che essa richiede ai propri eroi è la forza o addirittura la brutalità. Vuole essere dominata e oppressa, vuole temere il proprio padrone. Fondamentalmente conservatrice, ha una profonda ripugnanza per tutte le novità e tutti i progressi, e un rispetto illimitato per la tradizione. Per giudicare correttamente la moralità delle masse, occorre tener conto del fatto che quando gli individui si trovano riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti crudeli, brutali, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale”; e ancora: “Nelle masse le idee antitetiche possono coesistere l'una accanto all'altra e sopportarsi a vicenda, senza che dalla loro contraddizione logica scaturisca un conflitto. […] La massa soggiace inoltre alla potenza veramente magica delle parole che nell'anima delle moltitudini possono provocare o placare le più formidabili tempeste: ‘La ragione e gli argomenti logici non riuscirebbero a lottare contro certe parole e certe formule. Vengono pronunciate con riverenza davanti alle masse e, subito, i volti assumono una espressione di deferenza e le teste si inchinano. Molti le considerano forze della natura, potenze sovrannaturali. Basta in proposito rammentare i tabù dei nomi presso i primitivi, le forze magiche che per essi si riallacciano ai nomi e alle parole’ ”, passaggio quest’ultimo nel quale Freud riprende una sua frase di Totem e tabù; e poi: “Le masse non hanno infine mai conosciuto la sete della verità. Hanno bisogno di illusioni cui non possono rinunciare. L'irreale ha costantemente in esse la precedenza sul reale, soggiacciono all'influsso di ciò che non è vero quasi come a quello di ciò che è vero. Hanno l'evidente tendenza a non distinguere tra i due”).
3.- Quali le cause che agiscono nell’uomo-massa rendendolo tale?
Innanzi tutto l’individuo “acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile. Ciò gli permette di cedere a istinti che, se fosse rimasto solo, avrebbe necessariamente tenuto a freno. Vi cederà tanto più volentieri in quanto - essendo la massa anonima e dunque irresponsabile - il senso di responsabilità, che raffrena sempre gli individui, scompare del tutto”.
In secondo luogo v’è il “contagio mentale” che “determina  nelle masse il manifestarsi di speciali caratteri e al tempo stesso il loro orientamento. Il contagio è un fenomeno facile da costatare ma non ancora spiegato, e da porsi in relazione con i fenomeni d'ordine ipnotico che studieremo tra poco. Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una massa, e contagioso a tal punto che l'individuo sacrifica molto facilmente il proprio interesse personale all'interesse collettivo. Si tratta di un'attitudine innaturale, della quale l'uomo diventa capace quasi soltanto se entra a far parte di una massa”.
V’è poi - siamo qui nella descrittiva di Le Bon dalla quale Freud non intende prescindere - la causa “di gran lunga la più importante”, la suggestionabilità, “di cui il contagio citato più sopra è soltanto l'effetto”.
Insomma in generale: l’Io ‘ di massa’ diviene irriconoscibile e fa cose che al di fuori della massa non avrebbe mai fatte - e questo dovrebbe far riflettere, oltre Freud.
Interessante - direi - il sentimento “di potenza”, che coincide con la perdita di certe inibizioni o freni e che ci riconduce alla “bionda bestia” di Nietzsche, o al “super-uomo” del medesimo autore (immagine di successo, che nell’immaginario collettivo americano diverrà l’eroe buono che sconfigge il male e salva l’umanità).
Da segnalare poi l’avversione freudiana per la “suggestionabilità”, che egli dice inspiegabile, negativa per la terapia e che lo indirizzerà, in quanto alla spiegazione della psicologia di massa, verso la teoria della libido e dell’eros.
4.- Ma sembra, pur nel rispetto della necessità dei dettagli ai fini terapeutici, che a un certo punto si venga a premiare la nomenclatura: non è che nella sostanza e meglio dal punto di vista del pensiero generale le cose cambino di molto se si attribuiscono alla massa stati d’animo quali l’entusiasmo (caro al romanticismo inglese), la esaltazione o la suggestione stessa o la intensificazione emotiva o l’affettività, di cui parla non solo Freud: è la sensazione che si riceve leggendo il commento freudiano di McDougall: “Possiamo dire, ritiene McDougall, che in altre condizioni raramente gli affetti umani acquistano proporzioni quali quelle che si producono in una massa, e che per i membri di questa è una gradita sensazione quella di cedere in maniera cosi smodata alle loro passioni e, incorporati nella massa, perdere il senso della loro limitatezza individuale. Questa sensazione degli individui di essere travolti tutti quanti insieme è secondo McDougall dovuta a ciò che egli chiama il principle of direct induction of emotion by way of the primitive sympathetic response”, ossia al contagio emotivo che già conosciamo. Si tratta del fatto che i segni percepiti di uno stato affettivo si prestano a destare automaticamente in chi li percepisce il medesimo affetto. Tale costrizione automatica diviene tanto più forte quanto maggiore è il numero delle persone in cui il medesimo affetto risulta simultaneamente osservabile. Tace allora la critica del singolo, il quale si lascia scivolare nel medesimo affetto accrescendo però simultaneamente l'eccitazione degli altri che avevano influito su di lui; è così che il carico affettivo del singolo viene incrementato da un'induzione reciproca. Innegabilmente è operante qualcosa come una costrizione a fare ciò che fanno gli altri, a rimanere all'unisono con i molti. Gli impulsi emotivi più rozzi e più semplici sono quelli che hanno le maggiori probabilità di diffondersi in tal modo in una massa.
Questo meccanismo dell'esaltazione dell'affetto viene del pari favorito da alcune altre influenze provenienti dalla massa. La massa fa al singolo l'impressione di una potenza illimitata e di un pericolo invincibile. Si è momentaneamente sostituita alla società umana nel suo insieme: essa è il fondamento dell'autorità e le sue punizioni vengono temute e per amor suo tante inibizioni sono state accettate. È palesemente rischioso opporsi ad essa, e ci si tranquillizza adeguandosi all'esempio che si mostra tutt'intorno e magari addirittura ‘ululando con i lupi’. Per obbedire alla nuova autorità è lecito mettere a tacere la propria precedente ‘coscienza morale’ e cedere all'allettamento dell'acquisto di piacere che senza dubbio si otterrà a patto di liberarsi delle proprie inibizioni. Non deve quindi sorprendere che nella massa l'individuo compia o approvi cose da cui si terrebbe lontano nelle condizioni di vita normali, e, tenendo conto di questa circostanza, possiamo addirittura sperare di dissipare parte dell'oscurità che suole venir celata da quell'enigma che è la parola ‘suggestione’”.
Qui vi è sì una qualche valorizzazione dell’affettività, che credo di capire avvicini un tantino di più a Freud; ma il nodo da sciogliere a mio modo di sentire resta quello della natura del ‘salto’ dall’Io quasi ‘indisturbato’ dell’individuo singolo alla massa, con il suo effetto travolgente: è sufficiente il “sociale” che da sempre è nell’Io a spiegare tutto?
5.- Parlando per spiegare la massa di suggestione (o di suggestionabilità) - osserva Freud - non si viene a capo della questione: essa funge a questo proposito da “paravento”. Al che egli tenta la strada del “legame affettivo”: “Cercheremo pertanto di partire dall'ipotesi che le relazioni d'amore (o, per esprimersi con un termine più neutro, i legami emotivi) costituiscano anche l'essenza della psiche collettiva. […] Le nostre aspettative si basano innanzitutto su due idee non ancora chiaramente delineate. La prima è che la massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche forza. A quale forza potremmo attribuire meglio questa  funzione se non a Eros, che tiene unite tutte le cose nel mondo? La seconda è che se nella massa il singolo rinuncia al proprio peculiare modo d'essere e si lascia suggestionare dagli altri, ciò avviene, ci sembra, perché vi è in lui un bisogno di stare in armonia con gli altri anziché contrapporsi ad essi; e forse tutto sommato egli si comporta cosi ‘per amor loro’ “.
E così entrano nel discorso Chiesa ed Esercito, che egli definisce masse artificiali:
“Basandoci sulla morfologia delle masse, ricordiamo che è possibile distinguere in esse tipi assai diversi e direzioni opposte di sviluppo. Esistono masse transitorie e masse estremamente stabili; masse omogenee, composte d'individui affini, e masse non omogenee; masse naturali e masse artificiali, la cui coesione richiede anche una coercizione esterna; masse primitive e masse articolate, organizzate in misura notevole. Per ragioni che per ora sono lasciate nell'ombra attribuirò particolare valore a una distinzione cui gli autori non hanno prestato sufficiente attenzione; mi riferisco alla distinzione tra le masse prive di un capo e quelle soggette a un capo. In netto contrasto con la prassi abituale, la nostra ricerca non sceglierà inoltre quale proprio punto di partenza una formazione collettiva relativamente semplice; prenderà invece l'avvio da masse altamente organizzate, durevoli, artificiali. Gli esempi più interessanti di tali formazioni sono la chiesa, la comunità dei credenti, e le forze armate, l'esercito”.
Egli si occupa così della chiesa segnatamente quella cattolica, più costruttiva, e dell’esercito… quali istituzioni/organizzazione delle masse; e alla domanda su che cosa tenga assieme la massa egli risponde l’amore, l’affettività, la libido… e s’interroga sulle cause del cd. timor panico… (il timor panico presuppone il rilassamento della struttura libidica della massa… )…
“Quando l'individuo colto da timor panico comincia a pensare solo a sé stesso, egli dimostra che sono venuti meno i legami affettivi che fino a quel momento avevano ridotto ai suoi occhi il pericolo. Dovendo affrontare il pericolo da solo, può comunque considerarlo maggiore. La situazione è la seguente: il timor panico presuppone il rilassamento della struttura libidica della massa e reagisce adeguatamente a questo fatto, e non è che ,·icc,·crsa i legami libidici della massa vengano meno a causa del timore davanti al pericolo”.
6.- Una società sempre meno semplice, meno prevedibile, meno diradata e più compattata o più coinvolgente - posso pensare a una società più “postmoderna” che “postindustriale”, pure identificata con la prima - appare (e dunque può benissimo essere che sia) una incontrollabile occasione regressiva: “La massa corre subito agli estremi, il sospetto sfiorato si trasforma subito in evidenza inoppugnabile, un'antipatia incipiente in odio feroce”….
Che poi certa politologia - fatta studiare nelle università - abbia positivizzato e regolarizzato questo imbarbarimento con la teoria del “leader carismatico” esprime pur qualcosa, come lo esprime il fatto che il Principe di Machiavelli abbia ‘stregato’ Gramsci…
7.- Ma, contrariamente a quanto ritiene Freud, una società sempre meno semplice, meno diradata non è già il semplice necessario nesso fra psicologia individuale e psicologia sociale, che dura dalla notte dei tempi o quasi (quello fra un padre e un figlio, ad esempio, o fra un paziente e il suo medico, o il devoto e il suo prete…) e insomma la mia sensazione è che la società sia cambiata ma divenendo nuova “anima collettiva”, o “arma collettiva”, non sic et simpliciter come può cambiare il tempo; e cioè: una cosa è la psicologia sociale (ciò che è dato riscontrare ad esempio nella sessualità del bambino), altra - pur nella sussistenza dei legami - quella di massa (ad esempio l’altro non è l’altro ‘familiare’ – immagine innocua o moderatamente ostile - ma l’altro nemico, che si cela dietro il familiare, il vicino di casa, il medico di fiducia, il prete…).
Giusta la definizione di Le Bon, quando egli parla di “vita psichica dei primitivi”… (e bisognerebbe considerarne il contrasto con i costumi e abitudini “civili”… Ma anche quella immagine freudiana: distruggere e annientare in pochissimo tempo le conquiste della civiltà, per costruire le quali ci sono voluti secoli…
Volevo insomma puntualizzare: Freud forse più di alcuni suoi illustri contemporanei, in primis Le Bon (Psychologie des foules, Parigi 1895), indi McDougall, The Group Mind, Cambridge 1920) trascura un gradino intermedio fra i due costituiti rispettivamente dall’Io e dalla massa; ed è che quella che era la vecchia occasionalità della psicologia di massa sembrava già avere ‘rotto gli argini’: veniva abbattuto già un po’ il muro separatore fra pace e guerra, umanità e inumanità, ovvero la crudeltà delle antiche battaglie o dei ludi romani o delle atrocità delle esecuzioni capitali nel medioevo e sino al settecento - illustrateci successivamente da autori illuminati come Foucault - sembravano poter penetrare nella società e nella vita quotidiana (si pensi ma non solo al cd. terrorismo e comunque allo stragismo), con relativa acutizzazione dei problemi della sicurezza e della pace stessa, con incidenza sul senso del Bello, del Giusto, ecc.
Certo bisogna domandarsi anche questo: quali però le soglie di consapevolezza, allora; se a loro volta Sighele, Le Bon e altri parlavano di folle per dire di masse di breve durata? E comunque mi sia lasciata la libertà della domanda: ma già allora era questione di prefetti o di psichiatri?
E mi provo a questo punto ad accentuare il concetto e meglio il sospetto: ma non è che la psicoanalisi è nata perché storicamente e socialmente la potenza dell’inconscio stava aumentando e si mostrava come un rischio? Non è che si scavasse in una grotta perché bisognava evitare i danni procurati dal fatto che l’inconscio prevaleva sul conscio?… Ma… resta una domanda, un dubbio, forse una semifantasia….
Temo comunque che in futuro si rafforzerà la potenza dell’inconscio, essenzialmente collettivo, e saranno abbattuti certe inibizioni e freni, poiché la massa - pure coltivata ‘pacificamente’ e anzi proprio per questo - è e sarà sempre irresponsabile… E insomma: se il novecento è l’epoca della psicologia di massa, pure l’irruzione-e-dominio delle masse nell’Io, se tanto mi dà tanto, potrebbe non essere finita con il ‘900 - e ne abbiamo già la dimostrazione! Anche se secondo taluno il farmaco c’è… E temo per giunta che nella massa (nel consenso feroce, nel pensiero unico semplificato, nella esaltazione collettiva…) possa racchiudersi qualcosa di irriducibile a scienza…
Scrive ad esempio Freud: “Dato che McDougall contrappone a quello qui descritto il comportamento delle masse altamente organizzate, siamo ansiosissimi di apprendere in che cosa tale organizzazione consista e di quali fattori costituisca il prodotto. L'autore enumera cinque di queste ‘principal conditions’ indispensabili all'innalzamento del livello della vita psichica della massa”. E mi fermo qui, nella trascrizione, poiché basta cogliere nel profondo la natura del dubbio…
8.- Insisto: a questo punto il principio di piacere, con tutti i suoi meccanismi, rituali o che dir si voglia e insomma con tutto il suo patrimonio di observation, potrebbe valere, guardando oltre il discorso delle masse, quanto un contenitore da riempire: un’anfora, un sacco; mentre il contenuto (reale, concreto, effettivo…) resterebbe oscuro e andrebbe costantemente e faticosamente indagato: è come se il tempo si rabbuiasse di continuo, senza lasciarci mai…
Ciò può implicare ad esempio che uccidere dia piacere, che ci parli di amore, che thànatos in quella direzione sia superato da eros e che possa aumentare la difficoltà diagnostica e la confusione; o che un numero sempre crescente di cose le si facciano e basta senza minimamente rifletterci, con una giustificazione o motivazione equivalente a nulla o al suo contrario, o a pulsione, azzerando in un modo stabile il giusto e l’ingiusto e la cosiddetta “coscienza morale”, cara ai religiosi, alle anime inquiete, ai… ‘filosofi’… ma anche alle persone responsabili…
E allora: forse troppo… positivismo? Pur riconoscendo che Freud sarebbe stato riconfermato da Reich, il che avrebbe dimostrato che la diagnosi freudiana era comunque giusta, al di là del suo stesso positivismo…
9.- Vorrei quindi trarre certe conseguenze, considerando Freud come premessa necessaria e preziosa, come una logica formale, o che altro. E potendo giungere sino a pensare che il catastrofismo Freud non cedendo alle tentazioni dell’istinto incontrollato lo abbia semplicemente tenuto a freno… E forse in parte è così…
Mi riallaccio, con riferimento allo scritto sulla Psicologia di massa e analisi dell’Io (1921), al secondo (il primo è quello della psicologia necessariamente sociale) chiarissimo messaggio: “[…] i fenomeni inconsci svolgono una parte preponderante non soltanto nella vita organica, ma anche nel funzionamento dell'intelligenza. La vita cosciente dello spirito ha una parte minima rispetto alla vita inconscia di esso. L'analista più sottile, l'osservatore più penetrante arriva a scoprire soltanto una  piccola  parte  dei motivi  consci da cui egli stesso è guidato”. La premessa è quella stessa de L’io e l’es: “La distinzione dello psichico  in ciò che è cosciente e ciò che  è inconscio è il presupposto fondamentale  della psicoanalisi […] Per dirla ancora una volta con altre parole, la psicoanalisi non può far consistere l'essenza dello psichico nella coscienza, ed è invece indotta a considerare la coscienza come una delle qualità dello psichico, che può  aggiungersi  ad  altre  qualità  ma  che può  anche  rimanere  assente”).
Ma al cospetto di quella che ho detto irruzione della massa nell’Io, o nella psiche, il suono è ben diverso: è come se cambiasse tutto, non in un modo rassicurante…
Proviamo - dicevo - solo a immaginare l’inconscio del singolo non sic et simpliciter come avente una sua parte riservata all’inconscio collettivo ma come dominio costante di questo… oppure come l’inconscio collettivo che sia indistinguibile da quello che ritenevamo fosse semplicemente l’inconscio… Ovvero: non più sic et simpliciter terapia ma affezione devastante, straripante, ecc.
Salterebbe forse il principio o pregiudizio della ‘eccezionalità’ della guerra e le conseguenze potrebbero essere intuitivamente devastanti… e non ci si potrebbe più sorprendere di nulla…
Viviamo in questo mondo… Proviamo a spingerci solo un po’ più in là, sino a immaginare che la folla e la follia non siano eccezioni… Oggi sta di nuovo montando ad esempio l’onda del fanatismo religioso, inscindibile così dalla religione come dalla guerra… Che dirne? Ad esempio che ogni chiesa, per dire ogni comunità religiosa, tenuta assieme dalla fede cieca in un capo soprannaturale, è una istigazione alla violenza…
10.- C’è poi la teoria del capo manipolatore, meglio ipnotizzatore (“sentimento analogo a quello prodotto dalla fascinazione ipnotica”); l’uomo “di prestigio” di Le Bon, che trovo figura attualissima, profondamente commerciale e finanche ‘liberale’ e di più ‘democratica’, se essa funziona finché funziona il suo potere-e-successo (“Ogni prestigio dipende […] anche dal successo e viene perduto a causa d'insuccessi”).
L’amore per il capo cementa più delle relazioni fra i membri della massa… Senza il capo, la cui connotazione magica non la si scorge ma la si vive, è pensabile la massa? O morto Alessandro il potere deve comunque transitare nei suoi generali?...
La questione poi sembra complicarsi quando si passa da Cristo o da Maometto o da Dio al führer
La continuità c’è tutta, intendiamoci: il culto religioso è autoritario, v’è sempre stato lo Stato confessionale, l’alleanza sacra del trono con l’altare…
Il duce che raduna le folle a piazza Venezia, l’abitudine alle adunate rituali, e il papa che raduna le folle a piazza san Pietro…
Sembra proprio che il discorso di Freud sulla chiesa e l’esercito possa funzionare; ma la domanda è: è per sempre?...
e meglio: una grande manifestazione di piazza (sindacale, politica, ecc.), l’associazionismo di manifestazione, e internet sembrano denotare una tendenza inestinguibile. Già ma succede questo: da una parte ci si associa, dall’altra aumenta il conflitto…
L’affettività ed eros possono spiegare la psicologia di massa più di quanto non possano altre cause. Ma non certo per questo e cioè perché forniscono la chiave interpretativa, essi sono rassicuranti o comfortable… La società repressiva in ogni suo grado può - e lo fa - usarle in un modo repressivo; ma questo a sua volta fa pensare…
La libido è la libido ed essa spiega tutto. Tutto ciò che ci spinge impulsivamente a fare una qualsiasi cosa, spesso con effetti che vanno oltre il voluto e l’immaginato e lo stesso desiderato, può essere fatta dipendere dalla libido. Un amore tradito al pari di una disperazione per motivi economico-finanziari, porta all’omicidio. Si uccidono i propri figli gettandoli dal piano alto di un edificio e ci si suicida per... amore… e insomma direi anche questo, a non volermi almeno qui inoltrare nel discorso sulla chiesa cattolica e l’esercito: che una parola positiva e rassicurante come amore in realtà tale non è, non lo è mai stata, non lo sarà. Freud ha in questo ragione: nulla è rassicurante e piuttosto bisogna imparare, egli ammonisce, a saper leggere bene i “grandi pensatori”, prima ancora di idolatrarli… Chi magari idealizza Kant, o Hegel, non è che idealizza un po' sé stesso, volando nei giardini della retorica? 



Prima scheda per TOTEM E TABÙ: le cause
“Che cos'è il totem? Di solito un animale, un animale commestibile, innocuo o pericoloso e temuto; ma può essere che l'animale totemico sia il padre, manifestato nella zoofobia e dunque siamo all'edipico; oppure, più raramente, una pianta o un elemento naturale (pioggia, acqua) legato a tutto il clan da un rapporto particolare”. 
E ancora: “Il totem è in primo luogo il capostipite del clan, ma ne è anche lo spirito tutelare e il soccorritore che trasmette oracoli alla sua gente e, se pur pericoloso agli altri, riconosce e risparmia i suoi figli”: così Freud nel primo capitolo di Totem e tabù.
Totem significa: fare della discendenza da ‘qualcosa’ (di temuto, o di cui si ha forte bisogno) la fonte degli obblighi e dei vincoli-regole di un gruppo, istituendone-consacrandone il simbolo; il che sembra comunque molto un pretesto, per una questione di ordine e per far rispettare le regole… prescindendo dal modo come si è formato il clan…
Freud nel primo capitolo si sofferma sulla prima forte inibizione, quella dell’incesto: “Quasi dovunque viga il totem, vige anche la legge secondo cui membri di uno stesso totem non possono avere rapporti sessuali tra di loro e non possono quindi contrarre matrimonio. È l' ‘esogamia’ connessa col totem”. Questo l’esordio dunque; per un tema ripreso nell'ultimo capitolo, laddove esso appare più problematico (anche se emerge che esso si lega alla uccisione del padre e all'edipico); già, ma perché tutto questo? 
Un siffatto divieto si associa agli altri, quali quello di uccidere e mangiare il totem, o anche di toccarlo, e anzi perfino di guardarlo. Una cosa è certa: il totemismo vale a dimostrare che le proibizioni sono più costruttive socialmente della libertà delle pulsioni… ovvero che divieti e rituali (tanto simbolici quanto... buffi) nascono dal bisogno di tenere unita la comunità... 

Fra i tre tipi di totem “Il totem del clan [il più importante, a quanto ne scrive Freud nel quarto capitolo] è oggetto di venerazione da parte di una stirpe di uomini e di donne che prendono il nome del totem, si considerano consanguinei, discendenti da un comune capostipite, e sono legati da comuni doveri reciproci e dalla comune credenza nel totem. Il totemismo, pertanto, è un sistema sia religioso che sociale. Il suo aspetto religioso consiste nelle relazioni di vicendevole rispetto e protezione tra uomo e totem [religioni della natura?...]; l'aspetto sociale, nei doveri tra membri di uno stesso clan e nei confronti di altri clan”.
Già: ma chi nasce prima, mi domando, il capostipite - o chi pone i doveri, o chi li fa rispettare - o il totem?; la realtà storico-umana o il volere far credere in qualcosa, per tenere ordinato un gruppo o clan? 
Il problema insomma resta l’origine del totemismo, la quale sembra a Freud stesso ancora avvolta nelle ipotesi.
E il dubbio resta: che la inibizione (o tabù) spieghi il totem e non viceversa; o che essa spieghi più di quanto non sappiano fare le ricostruzioni antropologiche, con le loro suggestioni?
Il problema può essere formulato cosi: perché gli uomini primitivi (e i loro clan) sono giunti ad assumere il nome di animali, piante, oggetti inanimati? Cosa tipica forse del fenomeno associativo in quanto tale?
Abbiamo nel totemismo, secondo le descrizioni antropologiche prese in esame da Freud, un associarsi con qualcosa che si caccia e si mangia, uno stabilire legami (religione) con la natura e gli animali (per un senso di paura - ritengo - e di colpa, certo non senza conservare l’ambivalenza del legame)… Religione non propriamente nascente dal bisogno materiale dunque ma dalla paura di avere sottratto/rubato qualcosa a... qualche spirito, che ha mostrato di adirarsi venendo così a costituirsi quale 'spirito'… e magari dal sapere che sarà proprio in forza di una consacrazione o mitizzazione che in futuro si potrà continuare a sottrarre e togliere a qualche spirito: natura, animali ecc.… 
Ciò che incuriosisce in tutto questo è il fatto per sé: che a un certo punto ciò che si cacciava e/o si uccideva e si mangiava divenga intoccabile, immangiabile e sacro simbolo del gruppo… 
Ma ritengo che se si pensa la cosa seguendo le ricerche di Robertson Smith sui sacrifici e il “pasto totemico”, di cui al capitolo IV, la mira per così dire si corregga: esse sono valse a provare che “uccidere e cibarsi periodicamente del totem [ciò che poteva essere fatto solo da tutta intera la comunità riunita], in epoche anteriori all'adorazione di divinità antropomorfe, erano stati una componente importante della religione totemica”. Laddove a quanto pare l'animale che non sia domestico è già (come) sacro, proprio per non essere domestico, ovvero familiare, di proprietà, ecc. 
Restano comunque in piedi a occhio e croce almeno tre aspetti della questione: o che si tratti di legittimare certe azioni di sottrazione economica e appropriazione - e delittuose - dovute ai bisogni ma che fanno adirare gli spiriti, o che si tratti di costituire o dare ordine a un gruppo attorno a delle regole, o che, in difetto di una motivazione inconscia certa, si tratti semplicemente di un’attribuzione nominale, per cui ciò che mi dà da mangiare e che scambio vantaggiosamente con altri gruppi sociali io lo promuovo a nome/titolo del mio clan… 
Tre spiegazioni alla fine assai logiche che è anche banale dire che si debbano poter conciliare e che varrebbero comunque a dare risalto alla economia, quale cemento del clan e quale realtà e causa esterna: il totemismo come fenomeno prevalentemente economico, dunque? E alla psicoanalisi, che si occupa di interiorità e cause interne, il diritto/dovere di studiarne gli effetti psicologici accostandoli alle patologie (ad esempio: nevrosi ossessiva)? 


Seconda scheda per TOTEM E TABÙ: centralità dell’ "ambivalenza emotiva"
Del tabù s’ignorano a quanto mi è dato comprendere le primissime cause; ma esso è governato da un principio di ambivalenza delle emozioni: coesistenza di due stati d’animo contrastanti e opposti nei riguardi del medesimo oggetto. 
Semplificando: amore e odio verso la medesima persona, frammiste e susseguentisi, con una prevalenza nell’ordinario dei sentimenti non ostili… Per integrare il concetto: le pulsioni sono esiliate nell’inconscio, la proibizione coesiste con l’impulso a trasgredire, desiderio e orrore possono essere rivolti verso il medesimo oggetto…
Fra gli esempi: del nemico ucciso si cerca d’ingraziarsi lo spirito, se ne chiede il perdono e si fa espiazione; al caro estinto si attribuiscono proiettivamente stati d’animo (di ostilità) che erano quanto meno nostri nei suoi confronti, mentre a noi resta la parte amorosa; il re può/deve essere bastonato, o privato di molte cose, proprio perché sta per assumere il titolo di re (la famosa 'bastonatura')… 
Nell’ambivalenza ha radici l’ordinamento penale per sua natura, ovvero: “non di rado la punizione dà agli esecutori l'opportunità di commettere a loro volta, sotto il manto giustificativo dell'espiazione, la stessa azione sacrilega. Questo è uno dei fondamenti dell'ordinamento penale umano, la cui premessa - senza dubbio corretta - consiste nell'attribuire gli stessi impulsi proibiti al criminale e alla società che di lui si vendica”.
Questo principio, che ricomprende se non erro il sentimento di colpa, si pone al centro del libro Totem e tabù e della umanità dell’uomo - e fa sì che ogni verità, ogni evidenza, sia decostruibile… che ogni cosa la si possa spogliare, per averlo identificato, del suo sacro… 



Terza scheda per TOTEM E TABÙ: antropologia della psicoanalisi o viceversa...
A un certo punto Freud scrive, a proposito del fatto che nei nevrotici il senso di colpa possa venire da una pulsione spacciata per fatto: “Tuttavia, non dobbiamo consentire che il nostro giudizio sui primitivi sia eccessivamente influenzato dall'analogia con i nevrotici” (Totem e tabù, ed. cit., p. 163). 
Il dubbio è chiaro: è l’antropologia o se si preferisce la etnologia, che conforta la psicoanalisi, in quanto al suo oggetto e alle sue spiegazioni scientifiche; o non è piuttosto la psicoanalisi, che vuole spiegare, in caso di origini oscure e incerte, l’antropologia? 
Beh!, a pensarci meglio: in tal caso il concetto non cambia... 


Quarta scheda per TOTEM E TABÙ: il progresso e il suo contrario
Ora, l’assioma è un po’ il seguente: l'uomo preistorico è anche in un certo senso nostro contemporaneo: cose che lo caratterizzavano le riscontriamo anche in noi… ma se ciò è sostenibile, allora nell’inconscio si trova la radice storica antica, che persiste nel dimorarvi e non abbandonerà mai la psiche umana… Dunque se facciamo dell’inconscio il fondamento o quanto meno la spiegazione della morale, intesa come comportamento, complesso delle azioni, dei tabù, ecc., che cosa ne abbiamo? Ne abbiamo per semplificare che la civiltà poggia - pur tenendola possibilmente al guinzaglio - sulla negazione della civiltà… e all’orizzonte allora si profila una regola preoccupante: che maggiore è il progresso, maggiore è il rischio di una regressione verso stadi primitivi… o più in generale: sorprendenti, ché li credevamo 'superati'... 


Quinta scheda per TOTEM E TABÙ: l'ambivalenza emotiva e la 'bastonatura'

“I selvaggi Timme della Sierra Leone", a quanto dice Frazer, 'che eleggono il loro re, si riservano il diritto di bastonarlo alla vigilia dell'incoronazione, e approfittano di questo privilegio costituzionale con tanta buona volontà che talvolta l'infelice monarca non sopravvive a lungo all'elevazione al trono. Cosi, quando i capi hanno della ruggine contro qualcuno e se ne vogliono liberare, lo eleggono re' ”. Ovvero anche: “I selvaggi non si comportano diversamente con i loro re quando attribuiscono loro poteri sulla pioggia o sul sole, sul vento o sul tempo, per poi deporli o ucciderli perché la natura ha deluso le loro aspettative di una buona caccia o di un ricco raccolto. Il modello che il paranoico riproduce nel delirio di persecuzione è fondato sul rapporto tra il bambino e suo padre. Nell'immaginazione del figlio il padre possiede di norma questa stessa pienezza di poteri, e accade realmente che la diffidenza verso il padre sia intimamente legata all'alta considerazione in cui egli è tenuto. Quando il paranoico elegge a suo "persecutore" una persona con cui è in rapporto, la innalza al livello di padre, la pone in condizioni che gli consentono di renderla responsabile di tutte quelle che egli sente come sue sventure. Questa seconda analogia tra il selvaggio e il nevrotico ci fa intuire quanto, nel rapporto tra il selvaggio e il suo sovrano, derivi dall'atteggiamento infantile del figlio verso il padre” (Totem e tabù, pp. 57-58 ed. digit.). Ma già prima si parla del re che viene venerato come un dio ma che se non pensa a fare il bene del suo popolo allora è ucciso come un delinquente…
E insomma: il cerimoniale o la forma non debella la psiche e l’attribuzione di potere o di autorità non è per nulla lineare e non si configura nemmeno sic et simpliciter come traduzione di un riconoscimento di ‘superiorità’ in una forma di controllo e di punizione, ché ciò non nega - proprio perché si legittima qualsiasi azione nei confronti dell’investito - quella superiorità.… 


In fondo il principio è sempre quello, che ben conosciamo: dell'apologo di Menenio Agrippa ("Olim humani artus, cum ventrem otiosum cernerent, ab eo discordarunt, conspiraruntque ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes conficerent. At dum ventrem domare volunt, ipsi quoque defecerunt, totumque corpus ad extremam tabem venit: inde apparuit ventris haud segne ministerium esse, eumque acceptos cibos per omnia membra disserere, et cum eo in gratiam redierunt. Sic senatus et populus quasi unum corpus discordia pereunt concordia valent") nonché del servo che governa il padrone, il quale altrimenti non sarebbe tale, riscoperto in epoca moderna dal pensiero 'disinibito'… 



Sesta scheda per TOTEM E TABÙ: la vera essenza della religione...
L'ambivalenza emotiva, come dimostra la uccisione dell'animale ch'è il sacro simbolo, alla fine è più forte del totem, lo sovrasta, il che può stare a significare che essa è la vera ‘essenza della religione': 
“Una tribù di indiani della California che adora un grande uccello da preda (bozzago), lo uccide una volta all'anno nel corso di una cerimonia solenne, poi l'uccello viene compianto e la sua  pelle è custodita con le penne” (opcit., p. 144). 
E qui la pura psicologia sembra andare sempre un po' più in là delle cause economiche, ché il "pasto totemico" è spiegabile con il sentimento della identificazione-appropriazione nei confronti dell'animale sacrificato. Per dire in altre parole della identificazione di tale banchetto con la "festa" e cioè con la violazione eccezionale del divieto, ch'è la condizione per "accogliere in sé stessi la vita sacra"... 
Come poi tutto ciò si sia conservato nei rituali cristiani è facile osservarlo... 'il corpo di Cristo', l'ultima cena... 

Ma sembra esservi in tutto ciò una sottigliezza in più, tanto spesso non pensata quanto credo decisiva: che la uccisione dell'animale sacro quale sostituto del padre e il successivo consumo condiviso delle sue carni nella festa/pasto totemica/o pone fine alla cosiddetta "orda paterna" più di quanto non origini il compianto per l'ucciso: La religione del totem non abbraccia soltanto le espressioni del rimorso e i tentativi di riconciliazione, ma serve anche a ricordare il trionfo sul padre. [...] Non ci stupiremo di scoprire che nei prodotti più tardi della religione riaffiora continuamente, spesso dissimulato nei più singolari travestimenti e mascheramenti, anche l'elemento di sfida del figlio nei confronti del padre”. E ancora: "Abbiamo seguito finora nelle prescrizioni morali e religiose [...] le conseguenze della corrente di sentimenti affettuosi verso il padre, corrente trasformatasi poi in rimorso. Tuttavia non dobbiamo trascurare il fatto che, nella sostanza, risultano vincenti le tendenze che hanno spinto al parricidio" (ivi, p. 149). Ovvero e di più: i primi re delle tribù latine secondo taluno (Frazer, The Golden Bough) erano "stranieri che ricoprivano il ruolo di una divinità e che, in questo ruolo, venivano giustiziati solennemente" e così pure "il cerimoniale dei sacrifici umani nei luoghi più diversi della terra abitata lascia sussistere pochi dubbi sul fatto che questi uomini venivano fatti morire poiché rappresentavano la divinità" (ivi, p. 154); nonché: "Ma la Comunione cristiana è in fondo una nuova eliminazione del padre, una ripetizione dell'azione da espiare" (Totem e tabù, ed. cit., pp. 157-158). 

A questo punto il gruppo diviene forte - sostituendovisi - almeno quanto il suo Dio-Padre, al quale invece la psicologia del potere religioso sembra interessarsi in modo prevalente... Il che sta a confermare il primato dell'ambivalenza su tutto ma anche il fatto che la religione poggi sulla (s'identifichi anche con la) uccisione del Dio... Magari l’antropologia e la facile psicologia possono sospingerci in una direzione contraria, evidenziando la componente della colpa, con la teoria della “obbedienza posteriore”: “Morto, il padre divenne più forte di quanto fosse stato da vivo, secondo un succedersi di eventi che ravvisiamo ancor oggi nel destino degli uomini. Ciò che prima egli aveva impedito con la sua esistenza, i figli se lo proibirono ora spontaneamente nella situazione psichica dell' ‘obbedienza posteriore’[…]. Revocarono il loro atto dichiarando proibita l'uccisione del sostituto paterno, il totem, e rinunciarono ai suoi frutti, interdicendosi le donne che erano diventate disponibili. In questo modo, prendendo le mosse dal loro filiale senso di colpa, crearono i due tabù fondamentali del totemismo, che proprio perciò dovevano coincidere con i due desideri rimossi del complesso edipico”. Ma non è in sostanza che tutto possa essere rimesso al sentimento prevalente che quale sentimento di colpa tende a punire gl'infedeli - per la intolleranza che contraddistingue le religioni - ma non sembra bastare a definire la essenza... e anzi: la tiene nascosta. 
E non valga, tutto questo che si va dicendo, sic et simpliciter come discorso favorevole all'ateismo... 



Settima scheda per TOTEM E TABÙ: il dio e l’animale
“Sappiamo che esistono molteplici rapporti tra il dio e l'animale sacro (totem, vittima sacrificale): 1) Di norma c'è per ogni dio un animale sacro, e non di rado più d'uno. 2) In alcuni sacrifici sacri particolari i sacrifici "mistici" la vittima offerta in olocausto al dio era proprio l'animale a lui consacrato. 3) Il dio era spesso adorato nella forma di un animale (oppure, se preferiamo, alcuni animali sono stati venerati come divinità) parecchio tempo dopo l'epoca del totemismo. 4) Nei miti il dio si tramuta frequentemente in un animale, e spesso nell'animale a lui consacrato.
Sarebbe quindi un'ipotesi ovvia che lo stesso dio fosse l'animale totemico e che si fosse sviluppato dall'animale in una fase successiva del sentimento religioso. Ma la considerazione che il totem stesso non è altro che un sostituto del padre ci dispensa da ogni ulteriore discussione. Così il totem può essere la prima forma del sostituto paterno, e il dio invece una forma successiva nella quale il padre ha riacquistato la sua figura umana. Una tale ri-creazione a partire da quella che è la radice di ogni formazione religiosa, la nostalgia per il padre, poté realizzarsi quando con l'andar del tempo venne a mutare qualcosa di essenziale nel rapporto col padre e, forse, anche nel rapporto con l'animale” (Totem e tabù, ed. cit., p. 151).
Dunque il senso di colpa vuole che il suo oggetto sia o falso o trasfigurato… o se preferiamo esso sembra incline a trasferirsi, da un oggetto ad altro… che valga a surrogarlo…
Qui si ha ad esempio la sovrapposizione della riaffiorante nostalgia del padre rispetto al totem-animale ucciso… Come dire?: irruzione e sovrapposizione successiva di un sentimento di nostalgia del padre ‘a prescindere’ dal fatto che lo si sia effettivamente ucciso (mentre magari si è sicuramente ucciso l’animale…, o il nemico), con dei vantaggi: primo quello di credere di potersi così appropriare (con un escamotage) la sua forza e le sue virtù… 
Si potrebbe anche pensare a questo punto a delle simulazioni, in cui una figura (oggetto) fosse sostituita da altra: più o meno a una teatralizzazione della vita…


Ottava scheda per TOTEM E TABÙ: quale la "interiorità"?
Rispetto alla interiorità psicoanalitica tutto il resto ad iniziare dalla ragione appare come esteriore, remoto…
Naturalmente la interiorità dei nemici della esteriorità, che crede che liberandosi della esteriorità e della “macchina” riacquisterà spiritualità, dovrà sempre vedersela con l’irrealizzato eterno quale sostanza illustrata dal buio della interiorità psicoanalitica… 



Nona scheda per TOTEM E TABÙ: la “levità” delle cause prime…
Ripensando alla “continuità psichica nella sequenza delle generazioni”, al perché usanze rituali e psiche si siano potuti trasmettere evolvendo di generazione in generazione, mi domando se le cause non siano da ritenere più leggere e insignificanti dei successivi effetti e sviluppi il che mi sembra un ragionevole postulato; altrimenti come potrebbero giacere dette cause od origini, nella oscurità?
Ed è questa, direi, una ipotesi che appare destinata a regolare il rapporto fra Dio e gli uomini nella filosofia, antica ad esempio di Epicuro e moderna dello scetticismo francese…
Il che fa quantomeno il paio con il dubbio, sollevato da Freud: che si trovino allorigine dei fatti successivi realtà psichiche e cioè pulsioni e non fatti realmente accaduti…che allorigine dei comportamenti vi sia insomma una sopravvalutazione dei propri atti psichici. Il che se valido per i nevrotici non si può escludere che non lo sia stato per i popoli primitivi…
Ovvero: “potrebbero essere bastati i semplici impulsi di ostilità verso il padre, l'esistenza della fantasia di desiderio di ucciderlo e divorarlo, per provocare la reazione morale che ha dato vita al totemismo e al tabù. In tal modo si eviterebbe la necessità di far risalire l'inizio del nostro patrimonio di civiltà, del quale siamo giustamente così orgogliosi, a un delitto odioso che offende tutti i nostri sentimenti. Il nesso causale che si estende da quell'inizio fino all'epoca presente non subirebbe danno alcuno da tale ipotesi, perché la realtà psichica sarebbe sufficientemente significativa per portare il peso di tutte queste conseguenze. Si obietterà che un mutamento sociale dalla forma dell'orda paterna a quella del clan fraterno si è realmente verificato. È un argomento solido, ma non decisivo. Il mutamento potrebbe essere stato raggiunto in modo meno violento e tuttavia esser stato capace di suscitare la reazione morale” (Totem e tabù, p. 162).  



Decima scheda per TOTEM E TABÙ: magia nel pensiero
La magia nella interpretazione freudiana è la fede nella onnipotenza dei pensieri (confondere "l'ordine delle proprie idee con l'ordine della natura" - e fa riflettere il nesso con la cd "sessualizzazione dei processi del pensiero"). 
E/o consiste - per quanto ne dice sempre Freud - nell’attribuire al desiderio un potere connaturato di affermarsi e soddisfarsi. Dai pensieri al Pensiero poi il passo è assai breve e si fa presto non a caso a dire: il Nous... 
Pensiero dunque e desiderio: se tanto mi dà tanto, io potrei anche sostenere che in certi sistemi di pensiero, storicamente affermati (penso all'idealismo classico), la componente magica è spiccatamente presente. Ma l'idealismo classico è una ipotesi minima e mi sento di dover aggiungere che la cosa è riscontrabile sino nella concezione scientifica, sempre che sia ammissibile che essa nasca nell'orbita dell'animismo. 
Che resti dunque quel confondere "l'ordine delle proprie idee con l'ordine della natura", di cui parla Frazer, come sempre e comunque radicato nel fondo del pensiero, quale sua forza e debolezza allo stesso tempo?... 
Quanto poi - mi domando immediatamente dopo - i pensieri sono scindibili dai desideri? 



Undicesima scheda per TOTEM E TABÙ: assenza e presenza
A un certo punto mi ha raggiunto questo pensiero: in fondo non è che io volessi uccidere o volessi la morte di una persona che è poi defunta: io ne desideravo l’assenza…
Poi ho riscontrato in Totem e tabù le seguenti proposizioni: “non c'è differenza tra morte violenta e morte naturale nella concezione dei selvaggi. Per il pensiero inconscio, anche chi è morto di morte naturale è un assassinato: sono stati i desideri malvagi a ucciderlo”.
Dunque si dilata - mettiamo - l’edipico e l’ambiente di pensiero e psichico si “umanizza”… laddove il rapporto fra vita e morte si trasforma in quello fra assenza e presenza… 


Dodicesima scheda per TOTEM E TABÙ: il bisogno di autorità

Io mi compro un cane, per portarlo a passeggio; io allevo un figlio o figliastro per occupare il mio tempo dedicandomi a un'attività che abbia il sapore di un dovere-e-piacere. Io compro oggetti (quadri, libri, magari autovetture...) per via via potendolo collezionarli... è o non è questo - mi domando - totemismo: bisogno di un'autorità di riferimento, cui dedicare la mia persona?... Un bisogno direi di autorità ma traducibile anche in piacere e con margini di controllo e punitivi... 

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