L’anarchico Passannante, origine lucana, povero, che di mestiere
a quel tempo faceva il cuoco, attentò appena ventinovenne - correva l’anno 1878
- alla incolumità del nuovo re d’Italia, Umberto I; a Napoli, aggredendo la
carrozza su cui viaggiava il sovrano, con un coltello che forse era buono più
per sbucciare le mele che per infliggere ferite mortali; ferendo in compenso il
ministro Cairoli, venuto in soccorso del suo re.
interventi di libero pensiero su temi storici, filosofici e di attualità
mercoledì 4 settembre 2013
martedì 3 settembre 2013
Della personalità "criminale"
Leggevo, tempo fa, un breve
contributo - a cura dei Quaderni della rassegna dell’ordine degli avvocati di
Napoli - sulla personalità criminale.
Il mio approccio alla lettura e
alla questione era determinato da una forte curiosità e meglio da una curiosità
“di sempre”: capire una volta per tutte se detta “personalità” è l’eccezione
che conferma la regola o non piuttosto un che di naturale; se essa fa parte
dell’errore o se essa è umana come lo sono il parlare, l’avere due orecchie e
un naso, il nutrirsi, ecc. Perché la personalità in tal senso non è certo
compiuta, rotonda, evidente; essa vieppiù è qualcosa che sorprende, ché si
annida nell’essere umano determinandolo in certi momenti o condizioni, che poi,
non senza rendere onore al positivismo, si possano dire specifici. E questo
per non chiedermi, ma essendo comunque la cosa per così dire velata, che cosa
pensa il criminale di sé stesso, prima ancora che della sua condotta. Egli
sente di agire per il bene o per il male?
La mia curiosità peraltro è
andata in parte delusa, in assenza di risposte esatte o definitive alla
questione; ma ne è venuta comunque una esperienza di lettura stimolante, per
certi spunti di riflessione che ne sono emersi.
venerdì 23 agosto 2013
Louis e Guillotin: aspetti della giustizia penale
Agli
inizi - non so quanto ... simpaticamente - il popolo l’aveva battezzata Louisette,
o Petite-Louise, dal nome di Antoine Louis, segretario perpetuo
dell’Accademia francese di Medicina; il quale - come chiunque fosse valso ad
immortalare uno strumento di morte - mostrò subito di “non gradire”. Essa sarebbe anche stata battezzata glaive de la liberté, hasche populaire; ma il suo
nome definitivo, per volere della stampa dell’epoca, sarebbe stato Guillotine,
un po’ per vendetta nei confronti di Joseph-Ignace Guillotin, deputato
dell’Assemblea nazionale e uomo - si dice - dal brutto carattere; un po’ a
causa della rima con machine, che avrebbe consentito la composizione di
epigrammi e canti popolari.
Ma - mi domando - era solo questione di rima? Qualora si possa in qualche modo supporre, o addirittura dimostrare, che la storia politica e giuridica si è potuta mescolare - non senza una qualche singolarità nonché retorica - con la storia delle macchine?; la cui ideazione possa sempre aiutare a comprendere lo spirito di un’epoca?
Ma - mi domando - era solo questione di rima? Qualora si possa in qualche modo supporre, o addirittura dimostrare, che la storia politica e giuridica si è potuta mescolare - non senza una qualche singolarità nonché retorica - con la storia delle macchine?; la cui ideazione possa sempre aiutare a comprendere lo spirito di un’epoca?
giovedì 22 agosto 2013
Il diritto e il male (corruzione, economia e altro)
E anche: razionalizzare la letteratura sul male, o del male? Per ciò: che le immagini possono essere di comodo e che cinema e letteratura usano trasfigurare la sostanza? Certo, anche questo proposito ha la sua arduità.
Il tema, per il fatto stesso di scriverne o di parlarne, torna sempre ad essere per me quello dell'eterno rapporto fra diritto e morale, potendosi ritenere il diritto oggettivo, o positivo - quando esso non sia discutibilmente lo strumento ideale per ottenere l'obbedienza al precetto religioso -, una traduzione di contenuti morali in altra forma, che consiste in regole oggettive, delle quali è chiesta ex auctoritate la generale osservanza.
Vi era tempo fa e vi è tuttora un confronto, che m’incuriosiva - e m'incuriosisce - tra gli asserti di due filosofi importanti quali san Tommaso e sant’Agostino. L’uno sosteneva - nel de veritate - che qualunque atto avvenga, esso avviene nella «presunzione […] che ciò che compiamo sia sempre quacumque ratione un bene» e cioè: «Il male, in quanto male non può essere lo scopo di un’azione umana, qualunque essa sia. Nel momento che la deliberiamo, la consideriamo, in quella particolare circostanza, un bene». L’altro scriveva grosso modo - nel de civitate Dei - che solo ogni opera di Dio è buona, che solo Dio è la vera fonte del bene.
sabato 17 agosto 2013
Il teorema del giudice che può sbagliare ... sempre (S.B. - ma non solo lui - e il potere giudiziario)
Che un giudice in quanto giudice sia
sempre reprensibile, al cospetto di una ipotetica giustizia divina, o che
egli come uomo abbia le sue debolezze, sono elementi del senso comune che
dicono della plausibilità così in modo estremo delle ordalie, come in genere del sentimento religioso, o della morale personale. E
se dicono anche della ineludibilità del male, non per questo è vero che qualsiasi soluzione è migliore della ingiustizia.
Per quanto attiene al munus giudiziale, siamo nel campo della norma, che va applicata; per il resto siamo nel campo della psicologia; che è fragile, è coltivazione della insicurezza e della cecità e si presta a usi strumentali, sia nella vita quotidiana, sia nei delitti, sia nella politica intesa come arte della conquista e conservazione del potere. E certo effetto sembra moltiplicarsi in epoca mediatica, ché i media si prestano alle facili influenze sull’opinione e alle falsificazioni.
Che peraltro la psicologia sia oggetto della osservazione scientifica, ciò significa che lo è qualsiasi motivazione interiore, di qualsiasi condotta soggettiva, sino quella criminale; e se le azioni più singolari sono psicologia, allora la ragione, la conoscenza e l’onesto volere - ciò che serve per sconfiggere il male - stanno da un’altra parte.
Per nostra esperienza da qualche tempo sembra emergere da certa psicologia popolare e non, nelle sue valenze politiche e propagandistiche, una sorta di teorema: che se un giudice può anche sbagliare, allora egli può sbagliare sempre; che ciò che potrebbe anche avvenire è come se potesse (ma dovesse quasi) avvenire sempre. Laddove l’inganno retorico e la confusione risultano subito evidenti.
Per quanto attiene al munus giudiziale, siamo nel campo della norma, che va applicata; per il resto siamo nel campo della psicologia; che è fragile, è coltivazione della insicurezza e della cecità e si presta a usi strumentali, sia nella vita quotidiana, sia nei delitti, sia nella politica intesa come arte della conquista e conservazione del potere. E certo effetto sembra moltiplicarsi in epoca mediatica, ché i media si prestano alle facili influenze sull’opinione e alle falsificazioni.
Che peraltro la psicologia sia oggetto della osservazione scientifica, ciò significa che lo è qualsiasi motivazione interiore, di qualsiasi condotta soggettiva, sino quella criminale; e se le azioni più singolari sono psicologia, allora la ragione, la conoscenza e l’onesto volere - ciò che serve per sconfiggere il male - stanno da un’altra parte.
Per nostra esperienza da qualche tempo sembra emergere da certa psicologia popolare e non, nelle sue valenze politiche e propagandistiche, una sorta di teorema: che se un giudice può anche sbagliare, allora egli può sbagliare sempre; che ciò che potrebbe anche avvenire è come se potesse (ma dovesse quasi) avvenire sempre. Laddove l’inganno retorico e la confusione risultano subito evidenti.
lunedì 12 agosto 2013
Eutanasia politica, eutanasia “negoziale”
Il
nazional-socialismo, come ostentava il suo paganesimo, così ammetteva,
facendone un principio - ma questo non era parte delle ostentazioni -, che i vecchi, gl’invalidi, i malati in fase terminale e i criminali, che fossero ritenuti “di peso” alla società, potessero essere
caricati su furgoni, trasportati in luoghi ignoti e lì uccisi e cremati - salvo
poi darne notizia, ma come di una improvvisa inattesa morte, ai congiunti,
mettendo a loro disposizione le ceneri del defunto.
Così,
prima dei campi di sterminio, e spiegandone in parte il senso, fra il 1940 ed
il 1941 furono eliminate in Germania più di settantamila persone e si dice che
Hitler, di fronte alle crescenti proteste dei cittadini tedeschi, presso i
quali le notizie erano trapelate, avrebbe ordinato di sospendere quella pratica
atroce; ma avrebbe ordinato di farlo - appunto - solo apparentemente.
domenica 4 agosto 2013
Il suicidio e la ... prigione (da alcuni miei colloqui con Armando Rigobello)
Gli dèi sono immortali, nel senso - anche - che essi
tutto possono fuorché volere la propria morte.
Ciò è quanto si trae, a illustrazione della cultura pagana, dalla naturalis historia di Plinio il Vecchio - opera sua o quanto meno da lui iniziata. E qui si profila subito il corollario, paradossale forse: dunque se gli dèi sono immortali, allora essi non sono 'liberi', non lo sono pienamente. Ovvero, per parodiare Sartre, gli dèi non sarebbero condannati a essere liberi. Ed è un contributo ulteriore, questo, a un’antica questione filosofica (si pensi al Cicerone del de natura deorum; ma già prima alla tesi degli intermundia, di Epicuro): come e dove vivono gli dèi, quale il loro pensiero o animo, per dire: quale la loro natura od origine? E perché mai - qui la domanda risulta opportuna - essi 'invidierebbero' i mortali?...
Ciò è quanto si trae, a illustrazione della cultura pagana, dalla naturalis historia di Plinio il Vecchio - opera sua o quanto meno da lui iniziata. E qui si profila subito il corollario, paradossale forse: dunque se gli dèi sono immortali, allora essi non sono 'liberi', non lo sono pienamente. Ovvero, per parodiare Sartre, gli dèi non sarebbero condannati a essere liberi. Ed è un contributo ulteriore, questo, a un’antica questione filosofica (si pensi al Cicerone del de natura deorum; ma già prima alla tesi degli intermundia, di Epicuro): come e dove vivono gli dèi, quale il loro pensiero o animo, per dire: quale la loro natura od origine? E perché mai - qui la domanda risulta opportuna - essi 'invidierebbero' i mortali?...
Sartre diceva esattamente: «l'uomo è condannato ad essere libero. Condannato perché non si è creato da
se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è
responsabile di tutto ciò che fa». Due passi appena nella logica dunque e si
resta sorpresi dal fatto che creazione e libertà possano divergere nettamente, o quasi, contrapponendosi… Il che fa calare però più di qualche ombra di dubbio sul significato definitivo della seconda parola... Che cosa significa infatti essere «condannato a essere libero»?
La volontà in generale comunque, sino nella sua celebrata onnipotenza o se si
preferisce nella sua verità indiscutibile, appare così un che di successivo,
che sta quasi a identificare nella divinità un limite naturale, o costitutivo: quello di essere quello che è.
Inoltre: non potendo gli dèi rinunciare ad essere, essi non dovrebbero
parimenti, potendolo fare (?), "sciogliere" la vita umana. Resta però il fatto che
essi non hanno quella potenza o che cosa del volere o decidere che sembra invece insita nella natura dell’uomo, se questi
si suicida, come fece esemplarmente Anneo Seneca, nel segno della cultura del suo tempo e di una "libertà" estrema.
| Lucio Anneo Seneca |
In che senso allora, a voler muovere il passo successivo, si può ritenere che gli dèi possano solo non
volere la morte dell’uomo, segnatamente se procurata? Essi infatti - e ciò è
nella evidenza - se non possono volerla non possono impedirla. Così è per le culture pagane, così sembra non potere non essere per qualsiasi ordinamento giuridico ancor prima che per ogni ordine morale. Mentre
su questo punto la cultura cristiana si mostra intransigente e chiara e considera il
suicidio sempre negativamente o, per dirla con Blumenberg, come un’onta.
domenica 28 luglio 2013
L’intelligenza di Proculeio: come salvare la politica dalla politica?
Che cosa ci tramanda fra le altre
cose il mito, rielaborato filosoficamente? Che ad esempio, per rifarci
alle origini della storia politica romana, «Romolo, colpito dal fulmine o massacrato dai senatori,
scompare di fra i Romani. Il popolo e i soldati mormorano. Le gerarchie dello
Stato si sollevano le une contro le altre e Roma nascente, divisa all'interno e
circondata di nemici all'esterno, è sull'orlo del precipizio quando s'avanza un
certo Proculeio e con gravità dice: “Romani, il principe che voi piangete non è
affatto morto: è asceso al cielo, dove siede alla destra di Giove [...]"». Ovvero: «Romulus frappé de la foudre ou massacré par les Sénateurs; disparoit
d'entre les Romains. Le Peuple & le Soldat en murmurent. Les Ordres de
l'Etat a se soulévent les uns contre les autres, & Rome naissante,
divisée au dedans & environnée d'ennemis au dehors, étoit au bord du
précipice. Lorsqu'un certain Proculeius s'avance gravement & dit: "Romains, ce Prince que vous regrettez n'est point mort; il est monté aux
Cieux, où il est assis à la droite de Jupiter"» (D. Diderot, Pensées, XLIX).
In altre parole: l’illuminismo
ciò che insegna o quanto meno tramanda a sua volta è che «esistono delle congiunture
favorevoli all'impostura» e «se si esamina qual era allora la situazione di
Roma si converrà che Proculeio era una persona assai intelligente e che aveva
saputo afferrare l'occasione. Egli introdusse negli animi un pregiudizio che
non fu inutile alla futura grandezza della sua Patria» (ivi). E in questo esso
tramanda che la devozione è il primo prodotto di uno Stato.
domenica 21 luglio 2013
Per una reinterpretazione in senso democratico della costituzione “materiale”
Spesso i suoi fautori pensano la costituzione materiale in
contrapposizione alla costituzione formale. Spesso emerge dalle loro posizioni realistiche l’antilluminismo dei
romantici dell’ottocento, certo corroso e ridicolizzato dal tempo storico e sempre
alla ricerca di teorizzazioni d’occasione.
Ma è bene chiarire subito un concetto: non si dà oggi e
non da oggi moderno Stato senza costituzione, e alludo alla costituzione
formale, ovvero a un testo composto di disposizioni scritte, inserito in modo gerarchicamente
autorevole nel cosiddetto “diritto positivo”. E se questo è ammissibile, e
taluno cita imprudentemente Aristotele e la sua politeìa, allora la costituzione materiale può essere pensata in
più modi: in uno regressivo, ante rivoluzione francese e in uno progressivo,
come accade da ultimo in un limpido intervento del prof. Bettinelli sulla
questione della democrazia diretta, segnatamente dell’istituto referendario. Il
quale autore parlando di “arricchimento istituzionale”, constata negli sviluppi
della nostra storia popolar-costituzionale una “riesumazione” e di lì un ricorso
crescente a questo istituto, segnatamente nella sua tipologia abrogativa, su
temi importanti per i nostri costume e morale nazionale. E ciò sarebbe
avvenuto ed è avvenuto dagli anni settanta in poi, dopo che - va sottolineato -
quell’istituto era uscito ridimensionato dai lavori della Costituente (e anche oggi accade che le istituzioni tentino di porre un freno all'istituto). E all’aspetto
formale aggiungerei necessariamente quello sostanziale, relativo cioè al
contenuto o tenore normativo, che deve valere a spiegare anche quello formale,
in base a un principio d’inseparabilità.
I "due" parlamenti
La questione che attanaglia da tempo, in una crisi che
direi lunga, il ruolo e senso delle nostre camere parlamentari sembra essere il
fatto che non si comprenda, nella tempesta in cui si trova il vascello della “repubblica
nazionale”, che il problema non è sic et
simpliciter nell’architettura delle camere e nei diversi criteri di formazione
o rappresentatività di esse, o quello della utilità o meno del Senato o Camera Alta,
o ancora quello della crisi della rappresentanza, che (è il suo quid novi) ha investito l’asse
partitico, il che è assai allarmante; ma dirò subito che forse c’è e non c’è.
Tutti temi che per chi sappia un po’ di storia
costituzionale (già, perché questa materia esiste e non da oggi…) risultano
tutt’altro che nuovi, per essere quelli tipici delle strutture istituzionali,
in parte quegli stessi dei lavori - tutt’altro che pacifici, contrariamente alle immagini rassicuranti - della nostra
Costituente; ma la questione di fondo è nel fatto che possiamo pensare all’esistenza
o avere davanti agli occhi l’immagine di due parlamenti, la cui configurazione
nonché funzione oscillano simbolicamente fra un prima e un dopo rivoluzione
francese.
venerdì 19 luglio 2013
Il caso Microsoft del 2001 (a proposito anche della fiaba del "libero mercato")
Al di là delle condotte
giudicabili come anticoncorrenziali poste in essere dalla famosa casa di
Redmond nella commercializzazione di un suo browser e al di qua
dell’indole stessa della giurisprudenza, chiamata sempre a specchiarsi in
fatti, persone e cose, il caso U.S. v. Microsoft - la più
imponente vicenda antitrust del nostro tempo, celebrata nel
pieno spirito del Common Law - è valso a riunire due profili
problematici in uno: la tendenza naturalmente monopolistica insita nel mercato
classico - quello per così dire delle merci “esteriori” - e la tendenza
“naturalmente” monopolistica insita nel mercato del software e
dello hardware - ma soprattutto nel primo -, contraddistinto
da merci cosiddette “pensanti”.
mercoledì 10 luglio 2013
Giuridicità ac/seu necessità
Non credo sia la libertà
la categoria filosofica par excellence. Credo invece che si tratti di una parola (una fra le tante) che non sta in piedi da
sola e ha bisogno di nutrirsi del suo contrario, che è la necessità e in qualche modo di dover
essere da essa distinta, non con facilità.
E aggiungerei che il gioco deve condurlo quest’ultima; la quale a sua volta, se si osservano le cose con un po’ di attenzione, ha un singolare potere liberatorio di concetti e idee. Ovvero: può spiegare più cose di quanto non faccia la libertà; se non altro a causa del suo richiamo alla realtà.
E aggiungerei che il gioco deve condurlo quest’ultima; la quale a sua volta, se si osservano le cose con un po’ di attenzione, ha un singolare potere liberatorio di concetti e idee. Ovvero: può spiegare più cose di quanto non faccia la libertà; se non altro a causa del suo richiamo alla realtà.
Personalmente, è da tempo che vado misurando le cose di pensiero sul
terreno giuridico, nel cui campo, se taluno
(Perlingieri) ha posto la nitida nozione di (o del) giuridicamente
rilevante - e lo ha fatto là dove Mortati aveva incontrato difficoltà
argomentative -, Santi Romano, il primo Santi Romano, poneva la necessità quale nocciolo esplicativo del
rapporto attorno al quale tutto ruota: quello tra diritto e fatto.
Ovvero: com’è possibile che - dov’è il trucco per cui -
in un ordinamento la giuridicità sia già nel fatto (Mortati sembrava quasi
terrorizzato dal contrario) e meglio in quel fatto che poi si tramuterà in
diritto? Ovvero: è possibile che esistano un fatto non giuridico e un fatto giuridico
e a quest’ultimo sia dato poi elevarsi
al di sopra dell’altro? Ma essendo ovvero valendo potenzialmente l’uno quanto
l’altro?
La spiegazione del Romano credo sia semplice; ma nemmeno
tanto consolatoria forse - aggiungerei - se si considera la natura del
problema. E considerando quello che i giuristi chiedono forzandone le
potenzialità di pensiero speculativo al pensiero giuridico, che è il loro
pensiero.
Per il primo Romano il diritto è nella necessità o è necessità, e il nesso logico scatta interpretativamente allorquando
se ne ha la consolidazione. Il diritto è il fatto ma stabilizzatosi giuridicamente
e cioè resosi giuridicamente necessario. Il diritto si forma laddove i fatti
dimostrano che era necessario che esso si formasse.
Ancora: la necessità precede la volontà dello Stato
(teoria cosiddetta volontaristica, cara per così dire agli spiritualisti)
nonché il pensiero razionale.
lunedì 8 luglio 2013
La divisione "del potere"
Salvare
la libertà dei cittadini: questa la motivazione formale ma
forse la più profonda di Montesquieu, che dà la misura dello spirito con cui
egli pensò la divisione dei poteri - e volutamente io parlo qui di “divisione”
(e divisione "del potere", operazione che si rapporta ad una unità o
concentrazione), invece che di “separazione”; ovvero: «Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura, il
potere legislativo è unito al potere esecutivo, non esiste libertà».
| Montesquieu |
Ma è
vero, come aveva sostenuto Halifax nel seicento, che le idee contano per ciò:
che vi sono interessi concreti o poteri costituiti che sostenendole le rendono significative, attribuendo ad esse valore. Nulla dunque, andando alla radice
delle cose, può sostituirsi al fatto e alla evoluzione storica dei fatti. Fermo
restando che anche una valutazione come quella di Halifax ha un valore formale,
o suscettibile di elaborazioni.
domenica 30 giugno 2013
La Dottrina dello "Spirito" (una scheda - e volti - di altri tempi?)
La Dottrina dello Spirito (dello Spirito oggettivo, dello Spirito assoluto; ma si muove necessariamente da quello soggettivo), rappresentata da Hegel, è una
particolare dottrina dello Stato laica che crede in un forte elemento cultural-formativo o in
una virtù insita nella classe politica o in quella dirigente, quasi fossero quello che sono per diritto di natura. Ma comunque considerando la politica fatta dagli uomini; in
un senso conservativo e nel senso che se lo Spirito era un che di realistico, lo era perché fonte di una
fede in (o di certa consuetudine con) un certo tipo di uomini al comando.
| G.F.W. Hegel |
Sono queste, ancora, con la loro carica antropologica, risultanze schmittiane che posso trarre
dal volumetto Democrazia e liberalismo (pp.
119-120). Le quali forse possono sorprendere, se si guarda alla loro concreta semplice
lucidità. E il senso di sorpresa è che questo è detto in relazione al fatto che
anche Schmitt prende atto di Marx, e cioè: egli non è un perfetto idiota illetterato
come qualsiasi persona o popolo che rifiuti Marx, per principio, senza conoscerlo, o magari per meri pruriti sessuali.
Schmitt invece s’impegna nel ragionamento: quella di Marx
non è la critica dello Stato hegeliano (che esso come è stato anche sostenuto,
non sia riducibile a Stato prussiano ma a Stato moderno, che sa come fare sue
anche le dottrine kantiane, illuministiche, rousseauiane) ma la
controdiagnosi, più attuale, che analizza il nuovo Stato-società (e/o dei
partiti) che a quello prussiano viene a succedere, sta succedendo, storicamente.
Berkeley e le macchine (già, quale la libertà?)
Il valore del motto esse est
percipi, del vescovo irlandese George Berkeley - per cui nulla esiste
al di fuori della nostra percezione -, distolto da certa interpretazione
ontologista e ancora libresca, lo si nota oggi innanzi tutto nell’ambito della cultura delle
macchine e dei sistemi, e cioè nell'èra elettronica o digitale; se si pensa che tale cultura per essere necessariamente
collegata alla cultura biologica e a quella psicologica, è anche «cultura della
percezione», interfacing, ovvero alla cultura del costituirsi
fondante della percezione; se si pensa alla cosiddetta «unità percettiva»,
nella quale il tema è il rapporto fra un «materiale» ed un «immateriale» ed in
ciò fra «reale» e «virtuale», negli sviluppi della tecnica e scienza dell’informazione. Il tutto, ovviamente, ritenendo non proprio paradossalmente l'uomo per buona parte almeno come l'ente più somigliante alle macchine e alla loro natura artificiale.
| George Berkeley |
domenica 23 giugno 2013
Uomini e macchine: la teoria dei servomeccanismi
Mi piace, fra le immagini luhaniane, quella dei servomeccanismi, non so se perché meno enfatizzata rispetto ad altre; ma certo perché vicina alla vita concreta: nessuna dichiarazione di principio, nessuna astratta alienazione; dire quello che accade per dire quello che è.
Noi, in fondo, che cosa siamo chiamati a fare fondamentalmente oggi se non a controllare che tutto funzioni e dunque a curare gli strumenti e il loro funzionamento? Il che è vero, perché il mondo va così, perché macchine e dispositivi sono molti e la mente nel loro impiego tende ad affinarsi, in una cura ineludibile. Di qui la teoria dei servomeccanismi, entrare nella filosofia vivente delle macchine.
Ovvero - e credo di riprendere in questo la teoria marxiana dell'operaio organo cosciente dell'automa, ovvero dell'accessorietà del "lavoro vivo" rispetto a quello "oggettivato" - io vedo uomini 'liberi' che nelle loro azioni sono realiter servomeccanismi; vedo persone colte che sono indotte a comportarsi come servomeccanismi; democrazie partecipative costruite nella migliore delle possibilità su elettori liberi di essere... servomeccanismi, ecc. Uomini che umanizzandoli nell'azione e cioè nell'uso si riflettono nei meccanismi che hanno umanizzato e che in questo per sempre più tempo, sempre di più, divengono parte preziosa di ciò che adoperano, laddove la praesumptio inconfessata è che la macchina non possa controllare sé stessa. Ovvero, per un principio di pervasività: il controllo dei meccanismi, ciò che contraddistingue un'epoca di macchine, può essere solo meccanismo di controllo (un mondo peraltro in cui non può sorprendere se la libertà stia nelle funzioni che si condividono col mondo animale).
Io uso dunque controllo; e anche: io controllo dunque uso, io che controllo alla fine sono controllato, monitorato: intorno a questi motti viene a ruotare un po' tutto, segnatamente ogni pretesa.
L'elettronica libera la scrittura, dice la dottrina; mai la scrittura era stata forse così "libera". Ma tanto più è emancipata la scrittura, tanto più è liberato nella rete il voto politico o amministrativo o un qualsiasi bisogno o che altro, nella sua possibilità tecnica, tanto più non si può non essere connessi e si usano dispositivi in tal senso, tanto più emerge una forma di alienazione: la realtà del controllo la si ha proprio nell'uso della libertà; ma senza mai dimenticare che la libertà ne è l'oggetto. E qui non v'è filosofia del control panel che tenga: che cosa significa alla fine lasciar fare a dispositivi di controllo ma dovere attivarsi affinché ciò avvenga? Se la teoria è vera, allora non so se ne sia più sconfessata che tradotta la dottrina dell'alienazione. Difficile ritenere che il servomeccanismo sia semplicemente 'servo'.
sabato 22 giugno 2013
La singolare storia dell'eguaglianza
Singolare
destino, quello del principio di eguaglianza e per meglio dire di quella
metafora o allegoria che si costituisca nella idea di eguaglianza.
Eguaglianza sì di fronte alla legge, sì formale, sì economica e sostanziale;
ma innanzitutto naturale, o se si preferisce stabilita da Dio.
Non
dunque sic et simpliciter quel principio che nato con le dichiarazioni
delle rivoluzioni americana e francese si sarebbe perpetuato nel periodo
napoleonico giungendo a una formulazione matura nella Costituzione francese del
1848; né l’ideale babuvista, o più in generale comunista; ma qualcosa che
vestito giuridicamente animò quei principi e ideali, spingendosi oltre: pane
quotidiano di popolo, minoranze e stranieri. Insomma il diritto soggettivo sì
ma in prima approssimazione, ma radicato nei primi impulsi, quel certo quale
rousseauianismo, per così dire, insito nella stessa giuridicità.
martedì 11 giugno 2013
Della fragilità popolare (e delle fragili argomentazioni spontaneistiche)
Carl Schmitt, in uno
degli scritti raccolti in Democrazia e liberalismo, scavava nelle
differenze tra referendum e proposta di legge popolare,
secondo la Costituzione repubblicana di Weimar. E certo è, come egli teneva a
sottolineare, che non si dovesse, non si potesse fare confusione fra i due
istituti.
Ma è interessante il
pensiero riguardante l’esercizio del diritto di voto, che secondo Schmitt non è
da un punto di vista democratico un che di diretto, o
popolare-partecipativo, perché è individualistico, astratto, ecc. - e se
volessimo dire per non scontentare Gierke, che esso è “antiorganicistico”, allora
ci troveremo prima o poi a interrogarci sulla esattezza di un siffatto
giudizio.
Sarebbe ideologicamente
liberale insomma, a quanto mi è dato comprendere - e l’ideologia
liberale è in crisi e sembra essere l’oggetto della questione, la quale si
sviluppa più per negativum che in altro modo -, ritenere che
il diritto di voto sia veramente
democratico, ovvero: «L’immediatezza
della democrazia non si lascia organizzare senza cessare di essere immediata»[1].
Dunque l'ideologia
liberale non risponderebbe al vero e se è questa la tesi critica emergente,
allora la questione si drammatizza, lasciando trapelare soluzioni politiche
peggiorative rispetto ai problemi.
Certo è più “popolare”
(per fonte e modo) il referendum, laddove sia il collettivismo
stesso a esprimersi, ovvero il popolo come mònos, o come
immediatezza.
Un primo concetto emerge
allora con un minimo di chiarezza a questo punto ed è che il voto politico o
amministrativo è “democratico” per la ideologia liberal-borghese, non per
altri… che sentano le cose diversamente. E se non è così, se le democrazie
costituzionaliste del secondo dopoguerra hanno mostrato di non sapersi liberare
del modo liberal-borghese di pensare, ciò dovrà fare riflettere (non reagire e
basta), anche sulle compatibilità, fra democrazia formale e altro. Dunque il
voto è comunque sub iudice. E non per questo - sia beninteso - esso
come diritto va disprezzato.
Ma poi emerge anche
l’altro aspetto della cosa, e meglio della ricerca di una spontaneità e
immediatezza di partecipazione alla res publica: che ridurre
il referendum - e la possibilità stessa di un vero immediato
intervento del popolo attraverso il referendum - alla
semplice acclamatio, o percussio scutorum o che
altro (già: il famoso plebiscito) di affine, poiché come a Schmitt
piace ripetere al popolo si addice non il domandare ma il rispondere e cioè il
dire “sì” o “no”, ciò pone in risalto non una ma due volte l’altro aspetto
della fragilità popolare. Laddove è bene intuibile che la
spontaneità e la immediatezza - ammirate in un teatro - non sono garanzia di
veridicità su certe cose. E qui, mentre sembra risalire la classifica politica
l’irrazionalismo (forse nelle sue forme più piccolo-borghesi), che esalta le
azioni orgogliose ed eroiche di un popolo, lì appare chiaro che la povertà come
la malattia come la incultura sono beni strumentali.
Il che però appunto
sembra addirittura rimettere in piedi sulla scacchiera il povero fante
liberale, rispetto a Schmitt, proprio perché le critiche del teorico tedesco e
il suo lavoro di scavo scambiano la spontaneità del manipolo con la manipolazione
della spontaneità e finiscono così per tornare a quelle verità sulle quali
si regge il liberalismo borghese. E a ciascuno sia consentito valutare in che
senso...
È anche - credo - che
Schmitt se non è scientemente infastidito da ogni forma di giacobinismo -
ma anche di pacificazione sociale - ovvero da quel punto focale in cui una
classe sociale in nome di una lotta unita accetta la ideologia
(universalistica, nel nostro caso) di un’altra classe, fa di tutto per
scongiurarlo. E citerei non solo Robespierre o il suo spirito…
Il popolo comunque torna
ad essere bene osservato, rispolverando certe radici storiche di certi
istituti. Perché allora non trasporre un po’, almeno metodicamente, la faiblesse di
cui parlava Montaigne dall’individuo alla massa popolare, al popolo soprattutto
colto nel momento di esprimersi su una qualche decisione, di ordine comune, sia
pure tendenzialmente prendibile dall’alto?
Tenendo nel debito conto
il fatto che il popolo cosiddetto votante è solo un frammento che può
appartenere a qualsiasi personalità?
venerdì 7 giugno 2013
"Dubia" sul diritto di voto
E se un liberale come me, o quanto di liberale ancora resta in me - io che forse non lo
sono mai stato alla perfezione - o che in me risorge periodicamente, eccepisse sul diritto di
voto?
O lo facesse un benpensante scandalizzato dal basso livello
cultural-politico, morale, intellettivo ecc. degli eletti di oggigiorno? O dal fatto che
costoro remino apertamente contro il benessere economico e morale della
nazione, e/o dei territori?
E anche: quale classe sociale oggi accetterebbe l’idea che altra
classe la coinvolga ideologicamente, in modo serio ancor prima che emotivo?
Certo l’atomismo (l'ognuno chiuso in sé stesso, la disgregazione del tessuto sociale, etico, ecc.) è imperante, quanto lo è l’ignoranza, e questo non va bene; ma
credo di avere capito che vi è sempre al di sopra di ogni cosa qualcuno pronto
a odiare il giacobinismo, come fu per Hitler; ché il giacobinismo, e cioè
l'alleanza fra classi dovuta ai comuni interessi lesi, è trasformativo, in
senso democratico.
La scommessa antioscurantista (nostra e) di P. Häberle: "Diritto fondamentale" come disciplina
Che
cosa significa che le norme della nostra Carta costituzionale non sono l’una
eguale all’altra, che in essa vi sono cioè dei “principi fondamentali”,
definiti anche “supernorme” (così una
sentenza della Cassazione: sez. I civile, n. 6672 del 1998 in tema di efficacia
nel nostro ordinamento della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) ovvero
che si possa parlare di una “superlegalità costituzionale” (così
l’indimenticabile Mortati) o di principi che non sono norme per ciò che questo
termine significa negli ordinamenti statuali; o che si sia potuto o voluto
distinguere, in occasione dei primi scrutini riguardanti le leggi “anteriori”,
da parte della Consulta, in quanto ai parametri, fra norme costituzionali
“programmatiche” o “direttive” e norme “precettive”; o ancora che la questione
della efficacia-esistenza di una legalità costituzionale sia da tempo di
attualità, e che il dubbio sulla sua non scalfibilità - ma appunto bisogna
vedere in quali termini e con quanta coscienza - sia stato espresso da parte di
giuristi per così dire “non sospetti”?
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